Ilario Trojer, residente nel Napoletano, è stato scarcerato su decisione del Tribunale del Riesame di Firenze, che ha revocato la misura cautelare nei suoi confronti per assenza della gravità indiziaria. I giudici hanno accolto le argomentazioni della difesa, rappresentata dall’avvocato Vincenzo Esposito del Foro di Nola, ritenendo insufficienti gli elementi posti a fondamento dell’accusa.
Una valutazione che si inserisce in continuità con quanto già stabilito dalla Corte di Cassazione, la quale aveva annullato l’ordinanza del Tribunale emessa nel giugno 2025, evidenziando criticità nel quadro indiziario a carico di Trojer che era stato sottoposto agli arresti domiciliari nel maggio 2025, nell’ambito di un’indagine condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, che ipotizzava l’esistenza di un’associazione dedita all’emissione di fatture per operazioni inesistenti e all’autoriciclaggio, con presunti collegamenti al clan Sarno.
Secondo l’impianto accusatorio iniziale, Trojer avrebbe agito insieme a Ciro Sermone, Antonio Sarno e Franco Artrui, all’interno di una rete criminale attiva tra Campania e Toscana, con ramificazioni anche nell’area di Prato.
Al centro del presunto sistema investigato vi sarebbe stato Ciro Sermone, indicato come il regista di una complessa rete di società cartiere utilizzate per l’emissione di fatture false e per il riciclaggio di denaro. Le operazioni, secondo gli inquirenti, avrebbero garantito una redditività superiore al 30 per cento, grazie a un meccanismo di trasferimento illecito di contante a fronte di costi contenuti. Nel blitz dello scorso maggio, oltre a Sermone, arrestato con l’accusa di associazione mafiosa e frode fiscale, erano stati colpiti anche i fratelli Ciro, Pasquale e Vincenzo Sarno, nonché Antonio Sarno, primogenito di Ciro detto “‘o sindaco”, storico boss fondatore dell’omonimo clan che per circa trent’anni avrebbe dominato la scena camorristica napoletana.
Le indagini avevano delineato ruoli distinti all’interno dell’organizzazione: Sermone e Sarno avrebbero individuato le società da utilizzare per i reati fiscali; Franco Artrui avrebbe svolto il ruolo di broker in Toscana; mentre Giuseppe Della Corte, imprenditore 35enne noto come “Lupo” e residente a Prato, avrebbe utilizzato le società riconducibili a Sermone per generare capitali illeciti. L’inchiesta della Guardia di Finanza di Firenze aveva portato all’esecuzione di 12 misure cautelari e al sequestro di beni per circa un milione di euro, descrivendo l’organizzazione come una vera e propria “macchina” per monetizzare fondi attraverso un articolato sistema di fatturazioni fittizie.
La decisione del Tribunale del Riesame, rafforzata dal precedente pronunciamento della Cassazione, non chiude il procedimento sul piano investigativo, ma rappresenta un passaggio significativo sul fronte delle garanzie processuali, ribadendo il principio secondo cui la limitazione della libertà personale deve poggiare su indizi gravi, precisi e concordanti.











