Il 26 novembre 1990 rimane una pagina drammatica nella storia della piana di Gioia Tauro. Quel giorno, a San Ferdinando (Reggio Calabria), Ferdinando Barbalace, un professionista stimato di 42 anni, venne assassinato in circostanze che indicano chiaramente l’intento mafioso di eliminare qualsiasi testimone.
L’agguato si consumò lungo la strada rurale che collega San Ferdinando alle campagne circostanti. Poco prima, era stato colpito anche Rocco Tripodi, 46 anni, noto commerciante di agrumi con precedenti penali. Gli assassini usarono fucili a pallettoni (cordonate di lupara), aprendo il fuoco contro Tripodi che era al volante di una Alfa 164. Colpito gravemente, la sua auto finì fuori strada.
Qualche attimo dopo, ecco sopraggiungere Barbalace a bordo della sua Peugeot 205. Vedendo il corpo di Tripodi sulla strada, pensò di trovarsi di fronte a un incidente e si fermò per soccorrere la vittima.
Barbalace non immaginava di entrare in una zona di morte. Appena sceso dall’auto, venne raggiunto da almeno tre killer nascosti: spararono alle sue spalle, ferendolo mortalmente alla testa e alla nuca. I sicari non lasciarono nulla al caso: eliminarono non solo il bersaglio principale, ma anche chi poteva raccontare quel massacro.
Barbalace è morto poco dopo il suo arrivo in ospedale: la sua presenza sul luogo dell’agguato fu fatale, ma non per la sua colpa. Non era un criminale: era un consulente finanziario, persona rispettata e inserita nella comunità locale. Secondo gli investigatori, il suo unico torto fu essersi fermato a soccorrere, diventando così un testimone indesiderato.
L’omicidio di Barbalace viene letto come parte di una strategia mafiosa molto chiara: uccidere per non far parlare. Tripodi era probabilmente il vero obiettivo dell’agguato, ma la banda non volle lasciare testimoni nella scena del crimine. Il fatto che Barbalace fosse un soggetto “innocente” accentua la crudeltà del gesto: la sua morte non fu un errore, ma una mossa pianificata per eliminare ogni traccia e rendere meno probabile qualsiasi ricostruzione.
La figura di Barbalace è oggi ricordata tra le vittime innocenti della mafia. Non era legato alle attività criminali: era un professionista, una persona comune, che ha pagato con la vita il sacrificio di essere al posto sbagliato al momento sbagliato. La sua morte è un monito: in certi contesti mafiosi, l’intento di “fare il bene” – anche solo soccorrere – può costare caro.
Il suo sacrificio non può essere dimenticato. Fa parte della memoria collettiva di chi ha scelto di affermare la legalità, anche quando la legalità significa mettere a rischio la propria vita.











