Il 24 novembre 1982 è una data che rimane segnata nel percorso doloroso delle vittime della mafia. Quel giorno, a San Cataldo (provincia di Caltanissetta), venne assassinato Carmelo Cerruto, brigadiere della Polizia Penitenziaria, un uomo che aveva dedicato la sua vita al dovere e alla giustizia.
Alle ore 8:30 circa, Cerruto stava recandosi in servizio lungo via Regina Elena, a poche centinaia di metri dalla sua sede: prestava servizio presso l’Istituto per Minori di San Cataldo. Mentre camminava, fu raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco che lo colpirono in organi vitali, provocandone la morte sul colpo.
Membro del Corpo degli Agenti di Custodia, Cerruto era nato a Modica (Ragusa) il 1 dicembre 1926 e aveva una lunga carriera alle spalle. Il suo omicidio non venne mai considerato come un semplice agguato: molti ritengono che il brigadiere pagò con la vita la sua determinazione nel cercare verità sulla morte del figlio, Emanuele, ucciso meno di un anno prima, il 21 settembre 1981.
La pista investigativa più accreditata è che l’omicidio di Cerruto fosse una ritorsione legata a quella del figlio. Emanuele era morto in circostanze misteriose, e il brigadiere sembrava essere disposto a scavare, a fare domande scomode. Per molti, la sua morte fu un segnale intimidatorio della mafia locale nei confronti di un uomo che voleva ottenere giustizia anche per il figlio.
Col passare degli anni, la magistratura ha fatto luce su quel delitto. In primo grado e dopo vari processi, furono individuati degli esecutori: Giuseppe Di Benedetto, originario di Siracusa, è stato condannato all’ergastolo; Cataldo Terminio e Vincenzo Buccheri ricevettero pene pesanti, mentre Calogero Rinaldi, ex boss di San Cataldo poi collaboratore di giustizia, fu condannato a 18 anni.
Il sacrificio di Cerruto rappresenta molto più di un episodio di cronaca. È simbolo della lotta quotidiana che molti servitori dello Stato hanno sostenuto contro la mafia, anche nelle aree meno note ma profondamente segnate dalla criminalità. La sua morte ricorda quanto pericoloso fosse – e spesso sia tutt’oggi – “fare il proprio dovere” in territori in cui il potere illegale cercava di soffocare ogni voce di giustizia.
Oggi, il suo nome è ricordato tra le vittime della mafia, e il suo gesto di coraggio continua a essere una testimonianza significativa per chi crede che lo Stato e il suo personale debbano essere difesi e valorizzati.











