L’udienza di oggi nel processo per l’omicidio di Angelo Vassallo, il Sindaco Pescatore di Pollica ucciso il 5 settembre 2010, ha segnato uno dei momenti più duri e simbolicamente più potenti dell’intero procedimento. In aula, il Pubblico Ministero ha pronunciato parole che hanno gelato la sala, affermando che l’inchiesta non si è scontrata con l’omertà – come spesso accade nei territori difficili – bensì con una «mancanza di umanità». Un giudizio severo, che va oltre la tecnica processuale e tocca un piano morale, politico e istituzionale.
Un colpo allo Stato, alla sua capacità di proteggere chi, come Vassallo, aveva scelto di dedicare la vita al proprio territorio, difendendolo da speculazioni, criminalità e traffici illeciti.
A commentare quanto accaduto è stato innanzitutto Dario Vassallo, presidente della Fondazione intitolata al fratello Angelo. Le sue parole sono dure, amare, indice di una ferita che dopo quattordici anni non accenna a rimarginarsi: «Angelo è stato lasciato solo, prima e dopo la sua uccisione. La nostra terra, i cittadini, la sua memoria meritano rispetto, attenzione e giustizia. Lo Stato deve mostrare umanità e responsabilità.»
Secondo Dario Vassallo, il Sistema Cilento — un intreccio di omertà, interessi e influenze — avrebbe soffocato non solo la verità, ma anche la capacità delle istituzioni di agire per tempo. Da qui la richiesta chiara e decisa: «Lo Stato deve accelerare sulle indagini sul traffico di droga. Non possiamo più permettere che inerzia o silenzi calpestino il sacrificio di Angelo.»
A fargli eco è il vicepresidente Massimo Vassallo, che richiama con forza l’attenzione sugli sviluppi istituzionali collegati al caso: «La Commissione Antimafia e il Comitato istituito devono andare avanti con rapidità. Non c’è più tempo da perdere. Giustizia e legalità sono in gioco.»
La Fondazione, presente in aula a ogni udienza, ribadisce così il ruolo di sentinella civile e di presidio morale in un processo che, al di là delle responsabilità penali, interroga le coscienze del Paese.
Il momento più teso della giornata, però, arriva con le parole di Antonio Vassallo, figlio del sindaco-pescatore. Questa mattina, davanti al tribunale, ha visto uno striscione con scritto “Giustizia per Fabio Cagnazzo”, uno degli imputati.
La presenza tra i manifestanti di persone che, secondo le ricostruzioni giornalistiche, sarebbero amici o colleghi in divisa di Cagnazzo ha provocato in Antonio una reazione durissima: «Se è così, è gravissimo. Se indossassi una divisa, oggi proverei imbarazzo. Ho provato disgusto. Disgusto per chi ignora il peso di quindici anni di indagini, omissioni, irregolarità, intercettazioni. Disgusto per un’immagine che racconta più di ogni parola gli orrori che continuiamo a vivere.»
Il figlio del sindaco pescatore mette il dito in una ferita ancora aperta: la frattura tra la comunità ferita e quelle parti dello Stato che, a vario titolo, si sono mosse — secondo la Procura — con comportamenti anomali, opachi, contraddittori.
Il dibattimento in corso a Salerno non è uno dei tanti processi per omicidio. È il confronto tra una comunità che chiede verità e uno Stato che viene chiamato a rispondere delle proprie omissioni. Le parole del PM, dei familiari e della Fondazione mostrano come il caso Vassallo continui a rappresentare un banco di prova per credibilità istituzionale, coesione civile e lotta ai sistemi di potere che si annidano nei territori.
A quattordici anni dalla morte del Sindaco Pescatore, il suo nome continua a essere un simbolo. Un richiamo severo alle responsabilità di tutti. Una storia che ancora oggi chiede, con voce ferma e ferita: verità, giustizia, umanità.











