Il 6 settembre 2006, nella tranquilla frazione di Pescopagano, nei pressi di Mondragone (CE), un uomo umile e onesto stava compiendo il suo dovere. Michele Landa, metronotte 62enne, stava sorvegliando un ripetitore di telefonia mobile quando fu brutalmente assassinato e il suo corpo dato alle fiamme all’interno della propria auto. Solo pochi giorni lo separavano dalla pensione e dalla possibilità di trascorrere il resto dei suoi giorni a coltivare la terra che amava, ma il suo coraggio nel difendere la legalità gli costò la vita.
In quel periodo, la camorra attuava sistematicamente il “cavallo di ritorno”: rubava apparecchiature costose dai ripetitori per poi ricattare i proprietari. Michele, probabilmente, cercò di opporsi a questi tentativi, diventando dunque un ostacolo scomodo per i criminali. Venne raggiunto da colpi di pistola nella sua Fiat 600, ritrovata carbonizzata in un fosso giorni dopo il delitto.
Le indagini non portarono a nulla. Non fu identificato alcun responsabile, non ci furono processi né risposte per una famiglia devastata dal dolore. A quattordici anni di distanza, nulla è cambiato; nessun passo avanti è stato fatto per ricostruire la verità su questa morte ingiusta.
La memoria di Michele è stata affidata alla tenacia dei suoi familiari e all’impegno culturale di chi non lo ha dimenticato. La sua storia è al centro del film Io, per fortuna c’ho la camorra di Sergio Nazzaro e di Mio padre in una scatola da scarpe, romanzo civile di Giulio Cavalli, che lo definisce non un eroe dell’antimafia, ma un uomo che rifiutava l’illegalità a viso aperto.
Michele Landa non era un magistrato né un attivista; era un padre di famiglia, un lavoratore instancabile, un contadino nel cuore. A lui restano i libri, le testimonianze, le voci degli studenti e di chi crede che una storia bella, semplice e tragica possa fare la differenza.









