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2 marzo 1943: la strage di Balvano, il peggior disastro ferroviario italiano

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
1 Marzo, 2025
in Cronaca
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2 marzo 1943: la strage di Balvano, il peggior disastro ferroviario italiano
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La strage di Balvano è l’incidente ferroviario più grave della storia d’Italia, avvenuto il 2 marzo 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale.

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Il disastro si verificò nella galleria di Balvano, situata sulla linea ferroviaria tra Salerno e Potenza, in un tratto montano. Un treno composto da due locomotori e 47 vagoni che trasportava oltre 500 persone (principalmente sfollati e lavoratori), rimase bloccato nella galleria tra Napoli e Potenza, a causa di un guasto tecnico. Durante l’attesa, le locomotive continuarono a emettere gas di scarico, che si accumularono nell’ambiente ristretto della galleria.

Alle tre del mattino del 3 marzo 1944 Luigi Quaratino, telegrafista di turno a Potenza, trascrive un dispaccio: “Treno 8017 fermo in linea tra Balvano e Bella-Muro per insufficienza forza trazione, attende soccorso“. Sono le prime vaghe notizie su quello che diventerà il più grave disastro ferroviario nella storia d’Italia. Una strage che ricordiamo con l’articolo “Il treno della morte” di Gigi Di Fiore, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Erano gli anni bui della guerra, segnati da una dilagante povertà. Per merci e viaggiatori tra Napoli e Potenza c’era quell’unica linea ferroviaria. Un treno a vapore partiva due volte alla settimana, senza orari fissi. Il percorso era coperto anche dal treno 8017, destinato ad armi, munizioni e rifornimenti angloamericani diretti al fronte.

l convoglio del treno 8017, trainato da due locomotive a carbone, partì vuoto da Napoli per andare a caricare legname necessario per ricostruire i ponti distrutti dai bombardamenti. Durante il viaggio di andata, nessuno sarebbe dovuto salire su quel treno. Ma non andò così.

Nelle stazioni intermedie (Nocera, Salerno e soprattutto Battipaglia), il treno fu preso d’assalto da gente carica di merce da barattare alla borsa nera. Non ci fu modo, per il personale di bordo, di tenere sotto controllo quella folla impazzita.

Il treno si riempì di merci, raggiungendo un peso stimato di 520 tonnellate. Soltanto a Eboli salirono 100 persone. Tra loro c’era anche un professore dell’Università di Bari, Vincenzo Iuta, che cercava di tornare verso la Puglia con una decina di studenti. Alla stazione di Romagnano i passeggeri diventarono più di 600, tra cui alcuni contrabbandieri: uomini e donne, ma anche ragazzi delle province di Napoli e Salerno. I più numerosi erano di Cava dei Tirreni, Castellammare, Torre del Greco, Torre Annunziata, Nocera Inferiore. Tanti avevano, nascosti sotto strati di maglie e cappotti, caffè, sigari, medicine da scambiare a Potenza con prosciutti, zucchero, farina, pane, carne.

La linea non era elettrificata e non lo sarebbe stata fino al 1994. Le due locomotive arrancavano, anche per la pessima qualità del carbone di produzione iugoslava, molto economico e impiegato dagli Alleati per risparmiare. Quel carbone aveva un altro, più grave, difetto: sprigionava gas mortali.

A mezzanotte e 12 minuti, secondo quanto ricostruito successivamente, l’arresto nella galleria “delle Armi”, tra Balvano e Bella-Muro Lucano. La pendenza massima era del 13 per cento e il convoglio era entrato in galleria rallentando, dopo un altro treno. Il peso eccessivo e la salita provocarono l’arresto nel tunnel. Dalle locomotive si sprigionò subito una densa cortina di fumo. Il tentativo di retromarcia del macchinista fu inutile: i gas che uscivano dai fumaioli agirono in pochi istanti. Qualcuno morì senza quasi accorgersene. Altri cercando di scaraventarsi fuori dalle carrozze, altri ancora schiacciati dalla gente che correva in cerca d’aria.

Luigi Cozzolino, uno dei sopravvissuti, dormiva accanto al figlio dodicenne. Si svegliò per le urla e si accorse che il ragazzo era morto. Il diciannovenne Ciro Pernace viaggiava in cerca di cibo per la sua numerosa famiglia, si addormentò sotto una mantellina militare, che lo salvò, e si ritrovò all’ospedale di Potenza. Non furono così fortunate decine e decine di suoi compagni di viaggio, i cui cadaveri avevano spesso il volto tranquillo di chi muore nel sonno.

La combinazione di gas velenosi e l’assenza di ventilazione causò il soffocamento delle persone a bordo. Quando il treno ripartì, si scoprì che 517 persone erano morte, mentre poche riuscirono a salvarsi.

I corpi vennero allineati dai soccorritori sulla banchina della stazione di Balvano-Ricigliano. Il Corriere della Sera parlò di “500 italiani periti per asfissia e 49 superstiti in ospedale“. 

Gli angloamericani disposero un’inchiesta, che il Military Railway Service affidò a 5 ufficiali. Due giorni di lavoro, dopo rapidi interrogatori di superstiti e personale ferroviario resi difficili dall’incomprensione fra le lingue diverse. Si fecero ispezioni e una perizia, condotta da ufficiali angloamericani e francesi. “Avvelenamento da combustione di carbone di pessima qualità“, furono le conclusioni. Il 23 marzo del 1944, il Corriere-Salerno parlò di morti per asfissia da acido carbonico “straordinariamente velenoso“. E definì la tragedia “caso di forza maggiore“. Del resto gran parte di quei viaggiatori non avrebbero dovuto essere lì.

Le cause dell’incidente furono legate a un mix di errore umano, malfunzionamenti tecnici e l’assenza di misure di sicurezza adeguate. Nonostante l’importanza della tragedia, la strage di Balvano è stata per anni trascurata dalla memoria storica italiana.

Fonte: FOCUS

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