Due boss, due ambizioni inconciliabili e un quartiere da conquistare. Nella Ponticelli della fine degli anni Ottanta, Andrea Andreotti, detto ’o cappotto, e Ciro Sarno, ’o sindaco, si contendevano il controllo del territorio e di un sistema criminale capace di generare guadagni ingenti: estorsioni, racket, toto nero, appalti, traffico di droga e altri affari illeciti. Una torta ricca, che nessuna delle due compagini sembrava disposta a dividere.
Sul fondo, il declino della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo ridisegnava gli equilibri criminali. Il vuoto di potere lasciato dal progressivo ridimensionamento del clan cutoliano contribuiva ad alimentare le ambizioni dei gruppi emergenti e ad accendere lo scontro tra i due boss di Ponticelli.
«Eravamo una potenza. Io, i miei fratelli, i miei cugini e tutti gli affiliati, ragazzi, miei ammiratori, che ci hanno seguito in questa scelta. Eravamo un esercito». Ciro Sarno descriveva così la nascita del suo impero criminale.
Un esercito di uomini mobilitati per consolidare il potere del boss, difendere gli interessi del clan e conquistare nuove posizioni, ma quella corsa al dominio si tradusse in una scia di sangue, culminata in una delle pagine più feroci della storia criminale di Ponticelli: la strage del bar Sayonara, nella quale persero la vita sei persone, quattro delle quali estranee alle logiche camorristiche.
L’omicidio che accese la faida
L’omicidio di Vincenzo Duraccio, detto ’o piscione, affiliato al clan Sarno, rappresentò uno dei passaggi decisivi nell’escalation dello scontro. Duraccio fu assassinato nell’ambito della faida con il gruppo rivale riconducibile ad Andrea Andreotti. La sua morte innescò una risposta criminale destinata a trasformarsi in una carneficina.
Ciro Sarno pianificò e ordinò l’attacco al bar Sayonara, affidandone l’esecuzione materiale a killer legati al clan Aprea di Barra. L’obiettivo era colpire gli uomini del gruppo rivale, in particolare Antonio Borrelli e Vincenzo Meo.
Il raid scattò l’11 novembre 1989 all’interno del bar Sayonara, un luogo frequentato abitualmente da Andreotti e dai suoi sodali, ma anche da cittadini lontani dagli ambienti criminali. I sicari, vestiti da metalmeccanici per confondersi con gli operai che rientravano dal lavoro in quel sabato pomeriggio, entrarono nel locale e aprirono il fuoco.
La raffica di proiettili trasformò il bar in una scena di morte. Sei persone furono uccise. Quattro non avevano alcun ruolo nella faida: Gaetano De Cicco, Domenico Guarracino, Salvatore Benaglia e Gaetano Di Nocera. Le loro vite vennero travolte da una guerra combattuta per il controllo del territorio e degli affari illeciti.
La strage del Sayonara resta una ferita profonda nella memoria di Ponticelli: la dimostrazione di come, nella logica dei clan, la volontà di colpire un rivale possa trasformare un luogo frequentato da persone comuni in un teatro di morte.
Quattro vittime innocenti, una «sbavatura» nel disegno criminale
Nel ripercorrere quella stagione, Ciro Sarno ricordava con precisione i passaggi dello scontro con Andreotti. Nelle sue parole, la morte delle quattro vittime innocenti veniva descritta come l’unica «sbavatura» all’interno di un disegno criminale finalizzato alla conquista del potere.
È proprio questa lettura a restituire la misura della mentalità che alimentava quella guerra: vite spezzate ridotte a un errore collaterale, un dettaglio imprevisto in una strategia di dominio. La strage non era il fallimento di un progetto criminale perché aveva ucciso persone innocenti; lo era, nella prospettiva attribuita al boss, perché la violenza aveva prodotto conseguenze che non rientravano nei suoi calcoli.
Il potere che Sarno inseguiva si consolidò per anni, fino a quando decise di collaborare con la giustizia e contribuì a disarticolare il clan che aveva guidato. Una scelta che segnò una frattura nella sua storia criminale, ma che non cancella la portata delle violenze e delle responsabilità legate a quella stagione.
Il rivale, il carcere e il codice criminale
Nel racconto di Sarno emergeva anche il rapporto ambivalente con il suo rivale. Al disprezzo per Andreotti si accompagnavano riferimenti ad alcuni aspetti della sua personalità, compresa la fermezza con cui avrebbe corteggiato la donna diventata poi sua moglie, nonostante lei fosse legata a un altro uomo estraneo agli ambienti criminali.
Sarno riferiva inoltre che Andreotti, una volta uscito dalla scena criminale, si sarebbe ritirato in una sorta di «pensione», limitandosi a dispensare consigli ai giovani malavitosi emergenti di Ponticelli. A suo dire, la frequentazione dei bar della zona di San Rocco, luogo di ritrovo di soggetti riconducibili al clan De Micco e area storicamente legata al gruppo dei cosiddetti «Bodo», avrebbe confermato che il vecchio boss continuava a mantenere rapporti passivi con l’ambiente criminale locale. Si tratta di fatti riferiti dall’ex boss di Ponticelli, non di elementi che possano essere assunti automaticamente come fatti accertati.
Nella ricostruzione di Sarno, Andreotti sarebbe stato successivamente vittima di un violento pestaggio all’interno del carcere in cui era detenuto. Alla spedizione punitiva avrebbero partecipato esponenti della criminalità di Napoli Est reclusi nello stesso istituto, nel tentativo di evitare tensioni con detenuti pugliesi legati alla Sacra Corona Unita.
Il motivo del pestaggio, sempre secondo il racconto dell’ex boss di Ponticelli, sarebbe stato un contrasto nato dopo che Andreotti avrebbe mancato di rispetto a un giovane pugliese, suscitando la reazione dei suoi conterranei detenuti e legati alla Sacra Corona Unita. Il giovane si sarebbe rivolto a questi ultimi, chiedendo il loro aiuto. I referenti della criminalità pugliese chiamati in causa, avrebbero chiesto agli esponenti della camorra di Napoli est, quindi operanti nella stessa zona di Andreotti, di adoperarsi per rimediare all’accaduto.
Nella mentalità mafiosa descritta da Sarno, la questione non riguardava soltanto il comportamento individuale di Andreotti: era in gioco la reputazione dei gruppi criminali di Ponticelli e Barra, la loro pretesa di imporre regole e di non tollerare atteggiamenti considerati lesivi del proprio prestigio. Secondo questa versione, al pestaggio avrebbero preso parte figure di spicco della criminalità dell’area orientale di Napoli, che avrebbero infierito sul boss fino a lasciarlo tramortito al suolo.
La memoria della camorra e il peso delle parole
Dalle parole di Ciro Sarno affioravano rancore e ostilità che sembravano sopravvivere al tempo e alla distanza da quella stagione. Il racconto di una faida conclusa da decenni restituiva così un mondo in cui il potere veniva misurato attraverso il controllo degli affari, la capacità di mobilitare uomini, la vendetta e la reputazione imposta con la violenza.
È anche in questo linguaggio che si riconosce la persistenza di una cultura criminale difficile da estirpare: una cultura capace di trasformare una strage in una «sbavatura», un pestaggio in una punizione e il dominio del territorio in una prova di prestigio.
La collaborazione con la giustizia può segnare una rottura più o meno sincera e concreta con il passato, ma non riscrive ciò che è accaduto. E il racconto dei boss, anche quando offre elementi per ricostruire le dinamiche della criminalità organizzata, va letto per quello che è: una testimonianza da sottoporre a verifica, non una verità da accogliere senza interrogativi.









