Aveva 75 anni. Il suo nome è legato alla storia criminale della periferia orientale di Napoli e alla sanguinosa faida con il clan Sarno, culminata nella strage del bar Sayonara dell’11 novembre 1989.
È morto a 75 anni Andrea Andreotti, conosciuto negli ambienti della camorra con il soprannome di ’o cappotto. Il suo nome è legato a una delle stagioni più sanguinose della storia criminale di Ponticelli, quando la periferia orientale di Napoli divenne teatro di una guerra per il controllo del territorio e degli affari illeciti.
I funerali si sono svolti nel pomeriggio di venerdì 23 ottobre nella chiesa di San Rocco, a Ponticelli, rione di residenza dell’ex boss. Con la scomparsa di Andreotti si chiude la vicenda personale di uno dei protagonisti della vecchia camorra dell’area orientale, mentre resta la memoria di una stagione segnata da alleanze, tradimenti e agguati.
L’ascesa criminale nella periferia orientale
Andreotti fu tra i protagonisti degli equilibri camorristici che si consolidarono a Ponticelli negli anni Ottanta. Il gruppo riconducibile al suo nome si inseriva in un contesto criminale caratterizzato dal controllo delle piazze di spaccio, dalle estorsioni e dalla contesa per il predominio sulle attività illecite.
Nel 1983 Andreotti venne arrestato nell’ambito di un’indagine relativa a rapine ed estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti tra Ponticelli, Cercola e Volla.
Inizialmente fu incriminato per l’omicidio del fratello di Mario Incarnato, collaboratore di giustizia e luogotenente di Cutolo a Ponticelli, Andreotti venne successivamente scagionato per mancanza di prove,.
L’alleanza con i Sarno e la rottura
Nella storia criminale di Andreotti, un passaggio decisivo fu segnato dal rapporto con la famiglia Sarno. Un’alleanza nata nel quadro degli interessi e degli equilibri territoriali dell’epoca si trasformò progressivamente in una contrapposizione violenta.
La rottura con Ciro Sarno detto ’o sindaco, contribuì ad alimentare una guerra che avrebbe ridisegnato gli assetti criminali di Ponticelli e dei quartieri limitrofi. La contesa non riguardava soltanto i rapporti personali tra i protagonisti, ma il controllo di un territorio nel quale il potere criminale si esercitava attraverso intimidazioni, traffici illeciti e violenza armata.
Fu una stagione nella quale gli equilibri tra i gruppi potevano cambiare rapidamente e un’alleanza di convenienza trasformarsi in una condanna a morte. A pagare il prezzo di quella guerra non furono soltanto gli uomini coinvolti negli affari criminali, ma anche persone estranee alle dinamiche dei clan.
La strage del bar Sayonara, una ferita nella storia di Ponticelli
La data che resta impressa in quella stagione è l’11 novembre 1989, quando il bar Sayonara di Ponticelli divenne teatro di una strage che segnò profondamente la memoria del quartiere.
Il commando legato agli Aprea di Barra agì per conto dei Sarno nell’ambito della guerra tra gruppi camorristici rivali. Tra gli obiettivi figuravano Antonio Borrelli e Vincenzo Meo, esponenti vicini al gruppo Andreotti.
Il bilancio fu drammatico: sei morti e tre feriti, tra cui una bambina. Una violenza che travolse anche persone estranee agli interessi della camorra e che restituisce la dimensione più feroce di quella guerra: in un territorio dominato dalle logiche criminali, anche la quotidianità poteva trasformarsi in una trappola.
Andreotti non venne colpito direttamente nell’agguato, ma la strage rappresentò uno degli episodi centrali della guerra che avrebbe progressivamente modificato i rapporti di forza nella periferia orientale di Napoli.
La latitanza e gli arresti
Nel gennaio 1990 Andreotti venne arrestato a Poggioreale dalla Squadra mobile, dopo un periodo di latitanza. Il boss si trovava in automobile insieme a un suo consigliere.
Successivamente si trasferì in Abruzzo. Il 27 dicembre 1991 venne nuovamente raggiunto dai carabinieri a Corvara, dove gli fu notificato un provvedimento che prevedeva un anno di permanenza in una casa-lavoro.
Un’altra tappa risale al 6 agosto 1999, quando venne arrestato dalla polizia a Sesto San Giovanni, nel Milanese, dove si era trasferito con la famiglia. Il provvedimento comprendeva accuse di associazione mafiosa, estorsione, omicidio e detenzione di armi.
La fine di una stagione, non della memoria
La morte di Andrea Andreotti riporta l’attenzione su una pagina della storia di Ponticelli nella quale il controllo del territorio si intrecciava con faide, vendette e alleanze destinate a spezzarsi.
La sua vicenda personale si intreccia con l’ascesa e il declino di un gruppo criminale e con il progressivo consolidamento di altri protagonisti della camorra napoletana.
Dietro i nomi dei clan e le ricostruzioni delle strategie criminali restano le vittime, le famiglie colpite e una comunità costretta a convivere con le conseguenze di una guerra che ha lasciato ferite profonde.











