L’arresto di Ciro Sarno, storico boss di Ponticelli noto come ’o Sindaco, insieme a quello dei fratelli e dei suoi stretti collaboratori, avvenuti lo scorso nell’ambito di un’operazione della DDA di Firenze, ha riaperto una ferita antica a Napoli Est e riacceso il dibattito sul sistema di protezione riservato ai collaboratori di giustizia. Stando a quanto emerso dalle indagini recenti, quello che per anni si era presentato come un percorso di «pentimento» e collaborazione sarebbe servito, in realtà, a creare le condizioni per la riorganizzazione del gruppo criminale lontano dalla Campania.
l blitz che ha portato in carcere i fratelli Sarno – Ciro, Pasquale, Vincenzo e altri soggetti legati al nucleo familiare – è il frutto di indagini coordinate dalla DDA di Firenze e condotte con il supporto di polizia e Guardia di Finanza. L’accusa principale ricostruita dagli inquirenti è che il clan avesse messo in atto una strategia di «rifondazione» e infiltrazione economica in aree come Toscana e Liguria, con tentativi di inserirsi in circuiti imprenditoriali (in particolare nel settore dei trasporti e dei rifiuti tessili). Per gli investigatori, la forza del marchio criminale dei Sarno avrebbe permesso di tessere nuove alleanze e di contare su mediatori locali.
La vicenda dei Sarno mette in luce un paradosso del sistema di protezione dei collaboratori: alcuni esponenti del clan erano stati ammessi a programmi di tutela e, in anni recenti, avevano reso dichiarazioni ai magistrati. Tuttavia, nelle ultime fasi investigative gli inquirenti hanno raccolto elementi che, a loro avviso, dimostrerebbero come l’opportunità offerta dallo Stato sia stata utilizzata per mantenere e rifondare reti di potere: da collaboratori a protagonisti di una nuova stagione criminale, con ramificazioni anche fuori dalla Campania.
Dal 2021 fino a poche settimane prima dell’arresto, Ciro Sarno ha intrattenuto lunghe e costanti conversazioni telefoniche con la giornalista Luciana Esposito, direttrice di Napolitan, cimentandosi in racconti in cui ripercorreva la storia della faida e più volte ha espresso il desiderio di «tornare a Ponticelli per chiedere scusa» alle famiglie delle vittime della Strage del Bar Sayonara, una mattanza che ebbe luogo l’11 novembre del 1989 e di cui Ciro Sarno, in veste di boss di Ponticelli, fu mandante. Un’azione ordita per colpire il rivale Andrea Andreotti e che invece portò alla morte di sei persone, di cui quattro persone completamente estranee alle logiche camorristiche. Padri di famiglia, lavoratori onesti, che quel sabato sera si trovavano in quel bar per bere un caffè o per comprare dei dolci ai loro bambini.
Puntava forte sul suo punto debole, Ciro Sarno. Consapevole di essersi macchiato di un gesto imperdonabile, sperava di poter manipolare la realtà a suo vantaggio, inducendo la giornalista a credere nella sua redenzione a tal punto da affiancarlo in dibattiti e incontri pubblici, quando avrebbe terminato il percorso di collaborazione. Sperando di conquistare la fiducia della giornalista, Ciro Sarno auspicava di costruire un’immagine di «redento» utilizzabile poi anche per fini di rilancio personale e soprattutto per schermare attività illecite. Un’aurea di insospettabile dietro la quale celare i nuovi business illeciti che aveva intrapreso in concerto con i fratelli.
Gli atti d’indagine descrivono una serie di condotte ritenute sospette: incontri con mediatori, contatti con imprenditori locali, interposizioni societarie e tentativi di penetrazione in filiere economiche ritenute appetibili (trasporti, smaltimento rifiuti tessili, subappalti). Sotto la copertura di un’apparente riabilitazione, sarebbe maturata la volontà di ricreare a distanza il controllo economico e sociale tipico del clan. È questa la ragione per cui, tra maggio e giugno 2025, sono scattate misure cautelari e sequestri di beni.
«Un giorno tornerò a Ponticelli per chiedere personalmente scusa ai parenti delle vittime della strage del Sayonara e tu ai loro occhi sarai la garanzia della mia credibilità»: una frase che più volte, nel corso delle telefonate intercorse con la giornalista, Ciro Sarno le ha rivolto, manifestando quindi la ferma volontà non solo di tornare a Ponticelli in veste di boss redento, ma anche di marcare la scena dell’antimafia facendosi promotore di insegnamenti e valori educativi, pur consapevole di essere tornato a delinquere mentre si trovava sotto l’ala protettrice dello Stato.
Un misero tentativo di «autopromozione morale» piuttosto che un autentico atto di riparazione, soprattutto perché manifestato mentre parallelamente venivano tessute manovre d’affari e di influenza.
La strage dell’11 novembre 1989 — sei morti, quattro cittadini innocenti tra loro — è il segno indelebile della violenza che Ponticelli ha subito per mano del clan capeggiato da Ciro Sarno.
Le indagini e le successive condanne hanno reso giustizia penale, ma il dolore resta. Per molti abitanti di Ponticelli, la stagione dei Sarno è una ferita che non ha mai smesso di sanguinare.
Con l’esecuzione delle misure cautelari e i sequestri patrimoniali disposti dalla magistratura fiorentina, il quadro investigativo è sospinto verso la fase processuale: occorrerà ricostruire in dibattimento i contatti, i flussi economici e i ruoli di chi è stato arrestato.
Per i ponticellesi, per le famiglie delle vittime, l’arresto di ‘o sindaco e delle altre figure apicali del clan che miravano a tornare a marcare la scena camorristica da leader, sancisce la definitiva uscita di scena dei fratelli Sarno e di tutto ciò che per decenni hanno rappresentato, nel bene e nel male.











