Giulio Regeni scompare al Cairo il 25 gennaio 2016. Nove giorni dopo il suo corpo viene ritrovato lungo la strada per Alessandria con gravissime lesioni. Dopo dieci anni di indagini, ostacoli e battaglie giudiziarie, il 28 settembre 2026 arriva la prima sentenza: tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani condannati a 10 anni per il sequestro, un quarto assolto. L’accusa di omicidio non viene riconosciuta
Dieci ann. Dieci anni tra una scomparsa, un corpo ritrovato con segni di violenza, versioni contraddittorie, indagini internazionali, rogatorie rimaste senza risposta, presunti depistaggi, ostacoli processuali e una battaglia giudiziaria arrivata fino alla Corte costituzionale.
La vicenda di Giulio Regeni è una delle più lunghe e complesse della cronaca giudiziaria italiana contemporanea.
Il 28 settembre 2026 la Prima Corte d’Assise di Roma ha pronunciato la prima sentenza del processo: 10 anni di reclusione per i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e per il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, tutti per il sequestro di Regeni. Il generale Tariq Sabir è stato assolto.
Per nessuno dei quattro è arrivata una condanna per l’omicidio.
È il punto giudiziario raggiunto dopo oltre dieci anni. Ma per capire cosa significhi bisogna tornare alla sera in cui Giulio Regeni scompare.
Chi era Giulio Regeni
Giulio Regeni era nato a Trieste nel 1988. Dottorando all’Università di Cambridge, si trovava al Cairo per svolgere attività di ricerca sul sindacalismo indipendente egiziano.
Aveva già una conoscenza approfondita dell’Egitto e studiava anche la lingua araba. La sua ricerca riguardava in particolare il ruolo dei sindacati indipendenti e le dinamiche sociali ed economiche del Paese.
Era il 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione egiziana, quando di lui si perdono le tracce al Cairo. Regeni esce dal suo appartamento nel quartiere di Dokki e il suo telefono risulta spento poco dopo.
Da quel momento comincia una ricerca destinata a trasformarsi in un caso internazionale.
25 gennaio 2016: la scomparsa
Quella sera Regeni avrebbe dovuto incontrare una persona conosciuta durante la sua attività di ricerca.
Dopo le ultime comunicazioni, il telefono smette di fornire segnali. Le autorità italiane vengono informate e l’ambasciata italiana al Cairo attiva i canali diplomatici per cercare il giovane.
Nei giorni successivi le autorità egiziane negano inizialmente che Regeni sia stato arrestato o fermato.
Il 3 febbraio arriva la svolta più drammatica.
3 febbraio: il ritrovamento del corpo
Il corpo di Giulio Regeni viene trovato lungo la strada che collega il Cairo ad Alessandria.
Le condizioni del cadavere fanno immediatamente emergere una realtà incompatibile con le prime ipotesi circolate.
Le autopsie evidenziano un quadro di gravissime lesioni, fratture, abrasioni e segni compatibili con torture e un violento pestaggio. L’autopsia italiana individua inoltre un trauma alla testa come causa del decesso.
La morte di Regeni diventa rapidamente un caso diplomatico e giudiziario internazionale.
Le autorità egiziane, nelle prime fasi, avanzano diverse ricostruzioni sulla morte del ricercatore. Tra le ipotesi iniziali compare anche quella dell’incidente stradale; successivamente vengono formulate altre piste.
Per la Procura di Roma, quelle ricostruzioni rappresenteranno invece uno degli elementi di un quadro più ampio di ostacoli e depistaggi.
Le indagini italiane e il rapporto sempre più difficile con l’Egitto
L’Italia chiede all’Egitto di collaborare alle indagini.
I magistrati italiani chiedono, tra l’altro, tabulati telefonici, immagini delle telecamere presenti nelle zone frequentate da Regeni e informazioni sulle persone che avevano avuto rapporti con lui.
Una parte della documentazione viene consegnata, ma la collaborazione non procede secondo le aspettative italiane.
Nel corso del 2016 emerge un elemento importante: Mohamed Abdallah, esponente del sindacato degli ambulanti che Regeni stava studiando, aveva segnalato l’attività del ricercatore ai servizi egiziani.
A settembre 2016, durante un vertice tra magistrati italiani ed egiziani, il Cairo ammette che Regeni era stato sottoposto a sorveglianza e manifesta l’impegno a fornire la documentazione richiesta.
La collaborazione, però, non produce gli sviluppi attesi.
La pista dei quattro criminali uccisi
Una delle ricostruzioni più controverse arriva nel marzo 2016.
La polizia egiziana sostiene che Regeni possa essere stato vittima di una banda criminale composta da quattro uomini, tutti uccisi successivamente dalle forze di sicurezza.
La pista viene contestata dagli investigatori italiani.
Nel corso delle successive indagini emergono elementi che, secondo la ricostruzione italiana, rendono quella versione non credibile. Il Parlamento italiano, negli anni successivi, ricostruirà la vicenda e i diversi tentativi di indirizzare le indagini verso responsabilità differenti.
Il rapporto tra le due magistrature diventa progressivamente più difficile.
Nel novembre 2020 la collaborazione investigativa tra Italia ed Egitto si interrompe.
I quattro imputati
Nel dicembre 2018 la Procura di Roma iscrive nel registro degli indagati cinque appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani.
Successivamente l’indagine si concentra su quattro funzionari della National Security Agency, il servizio di sicurezza interno egiziano: Tariq Sabir, generale; Uhsam Helmi, colonnello; Athar Kamel Mohamed Ibrahim, colonnello; Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, maggiore.
Secondo l’impostazione accusatoria, i quattro avrebbero concorso nel sequestro di Regeni. A Sharif viene contestato anche il coinvolgimento nelle lesioni e nell’omicidio del ricercatore. La Corte costituzionale, ricostruendo il procedimento, indica l’imputazione originaria come sequestro di persona pluriaggravato per tutti e, per Sharif, anche lesioni e omicidio pluriaggravati.
Gli imputati, però, non si presentano mai davanti ai giudici italiani.
Ed è proprio questo il problema che per anni impedisce al processo di partire.
Il primo processo si blocca
Nel maggio 2021 il Gup di Roma dispone il rinvio a giudizio dei quattro imputati, ma nell’ottobre dello stesso anno la Corte d’Assise di Roma ferma il procedimento: non c’è la prova che gli imputati abbiano effettivamente ricevuto conoscenza del processo e quindi possano essere considerati volontariamente sottratti al giudizio.
Il processo rischia di rimanere fermo, la questione arriva davanti alla Corte costituzionale.
La svolta della Corte costituzionale
Nel 2023 arriva una decisione destinata a cambiare la storia giudiziaria del caso.
Con la sentenza n. 192 del 2023, la Corte costituzionale dichiara illegittima la norma nella parte in cui impediva di procedere in assenza dell’imputato, in una particolare ipotesi: i delitti commessi mediante atti di tortura previsti dalla Convenzione di New York, quando la mancata collaborazione dello Stato di appartenenza rende impossibile dimostrare che l’imputato, pur consapevole del procedimento, sia stato informato della sua pendenza.
La Corte stabilisce comunque una garanzia fondamentale: l’imputato conserva il diritto a un nuovo processo in presenza per riesaminare il merito della causa.
La decisione consente di superare lo stallo e il processo può finalmente iniziare.
Il dibattimento a Roma
Nel gennaio 2024, dopo otto anni dalla morte di Giulio, il processo riparte davanti alla Prima Corte d’Assise di Roma.
Gli imputati continuano a essere assenti.
Nel corso del dibattimento vengono ascoltati numerosi testimoni e vengono acquisiti documenti, dichiarazioni e materiale raccolto durante le indagini.
La difesa degli imputati, nominata d’ufficio, solleva più volte questioni legate all’impossibilità di avere contatti con i propri assistiti e quindi alla difficoltà di esercitare pienamente il diritto di difesa.
La questione torna ancora una volta davanti alla Corte costituzionale.
Il nuovo stop del 2025
Nell’ottobre 2025 la Corte d’Assise di Roma invia una nuova questione alla Consulta, questa volta relativa al diritto di difesa e alla possibilità per i difensori di nominare consulenti tecnici a spese dello Stato in una situazione così particolare.
Il processo rischia nuovamente di fermarsi, ma a gennaio 2026 arriva la risposta.
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 12 del 2026, interviene sulla disciplina relativa ai consulenti tecnici della difesa e stabilisce che, in questa eccezionale situazione processuale, onorari e spese del consulente nominato dal difensore d’ufficio devono essere anticipati dallo Stato, salvo il diritto di rivalersi sull’imputato qualora venga successivamente rintracciato.
Il procedimento può quindi proseguire.
La requisitoria della Procura
Il 23 giugno 2026 arriva uno dei momenti più importanti del processo.
Nell’aula bunker di Rebibbia, il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi e il procuratore aggiunto Sergio Colaioccoconcludono la requisitoria.
La Procura sostiene che Regeni sia stato sequestrato, sottoposto a violenze ripetute per diversi giorni e infine ucciso.
Per l’accusa, non si sarebbe trattato di un episodio isolato, ma di una vicenda riconducibile a un apparato di sicurezza statale.
La Procura chiede: ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif; 17 anni e 6 mesi per Tariq Sabir; 17 anni e 6 mesi per Uhsam Helmi; 17 anni e 6 mesi per Athar Kamel Mohamed Ibrahim.
Le richieste riguardano i reati contestati nell’impianto accusatorio, compreso l’omicidio per Sharif.
L’accusa ricostruisce inoltre il caso come una vicenda nella quale le autorità egiziane avrebbero ostacolato la ricerca della verità e protetto i responsabili.
28 settembre 2026: la sentenza
Dopo dieci anni, arriva il verdetto.
La Prima Corte d’Assise di Roma condanna a 10 anni di reclusione tre dei quattro imputati: Uhsam Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif.
La condanna riguarda il sequestro di Giulio Regeni, il generale Tariq Sabir viene assolto.
La Corte non riconosce invece l’accusa di omicidio contestata a Sharif.
È una decisione che si discosta in maniera significativa dalle richieste della Procura, che aveva sollecitato l’ergastolo per Sharif e 17 anni e 6 mesi per gli altri tre.
Il processo si è svolto in assenza degli imputati, che non sono mai comparsi davanti alla Corte italiana.
Cosa ha stabilito realmente la sentenza
È un passaggio importante per evitare equivoci.
La sentenza non condanna i tre imputati per l’omicidio di Giulio Regeni.
La responsabilità riconosciuta dalla Corte riguarda il sequestro.
Questo significa che il primo processo italiano sul caso Regeni si conclude con tre condanne, ma non con una condanna giudiziaria per l’omicidio.
È una distinzione fondamentale, soprattutto considerando che l’accusa aveva sostenuto in aula che il sequestro, le torture e la morte fossero parte di un’unica sequenza criminale.
La sentenza ha quindi fissato una responsabilità penale per il sequestro, mentre l’imputazione per l’omicidio non ha trovato conferma nel verdetto di primo grado.
Dieci anni dopo, cosa resta
Il caso Regeni ha attraversato tre piani diversi: giudiziario, diplomatico e politico.
Sul piano giudiziario, dopo dieci anni, esiste una prima sentenza: tre condanne per il sequestro e un’assoluzione.
Sul piano investigativo, la mancata collaborazione delle autorità egiziane ha rappresentato uno degli ostacoli principali alla ricostruzione completa della vicenda.
Sul piano diplomatico, la morte di Regeni ha segnato profondamente i rapporti tra Italia ed Egitto.
Ma soprattutto resta una domanda che la sentenza non ha chiuso definitivamente: chi ha sequestrato Giulio, chi lo ha torturato e chi lo ha ucciso?
Il processo ha accertato una parte della storia, non tutta.
Giulio Regeni aveva 28 anni quando scomparve al Cairo. Il suo corpo venne ritrovato nove giorni dopo.
Da allora sono trascorsi più di dieci anni.
La prima sentenza è arrivata. La verità giudiziaria, però, resta ancora parziale.











