A quasi 21 mesi dalla morte di Patrizio Spasiano, oggi al Tribunale di Napoli Nord la prima udienza preliminare per i cinque imputati. Il giovane, 19 anni, era tirocinante della Cofrin e lavorava nello stabilimento Frigocaserta di Gricignano d’Aversa. Secondo la Procura, una serie di violazioni delle norme sulla sicurezza avrebbe contribuito alla tragedia. Al centro dell’inchiesta la rottura di un manometro dopo l’urto con un trabattello e la gestione dei lavori in un’area dove era presente ammoniaca.
Al Tribunale di Napoli Nord, ad Aversa, si è svolta l’udienza preliminare sulla morte di Patrizio Spasiano, il 19enne napoletano deceduto il 10 gennaio 2025 nello stabilimento Frigocaserta di Gricignano d’Aversa, dopo essere rimasto esposto a una nube di ammoniaca.
Davanti al giudice Pia Sordetti sono chiamate a rispondere della morte del ragazzo cinque persone, alle quali la Procura di Napoli Nord contesta l’omicidio colposo in relazione, secondo l’accusa, a condotte negligenti, imprudenti e imperite e alla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro.
L’udienza rappresenta il passaggio successivo alla chiusura delle indagini preliminari. Il giudice dovrà valutare le posizioni degli imputati e decidere sull’eventuale rinvio a giudizio.
Patrizio, 19 anni e un tirocinio da 500 euro
Patrizio Spasiano aveva 19 anni.
Era originario di Napoli e viveva nel rione Berlingieri. Aveva lasciato la scuola e aveva scelto di imparare un mestiere. Da circa due mesi lavorava per la Cofrin, impresa appaltatrice impegnata nei lavori all’interno dello stabilimento Frigocaserta.
Il suo era un tirocinio da 500 euro al mese.
Patrizio credeva in quel percorso perché lo considerava un’occasione per costruirsi un futuro. La mattina del 10 gennaio 2025 aveva anche ricevuto lo stipendio e aveva raccontato al padre di voler mettere da parte quei soldi per una vacanza con la fidanzata.
Non sarebbe però dovuto diventare un giorno di lavoro come gli altri.
La tragedia nella sala macchine
Il 10 gennaio Patrizio si trovava insieme ad altri tre lavoratori nell’area della sala macchine della Frigocaserta.
La squadra della Cofrin stava effettuando attività nell’ambito dei lavori commissionati all’interno dello stabilimento, dove erano presenti impianti e serbatoi collegati al sistema di refrigerazione ad ammoniaca.
Secondo la ricostruzione contenuta negli atti dell’indagine, la fuoriuscita di ammoniaca sarebbe stata provocata dalla rottura di un manometro montato su una valvola.
La rottura sarebbe avvenuta dopo l’urto della valvola contro un trabattello, la struttura mobile utilizzata dagli operai durante i lavori. Secondo la ricostruzione della Procura, due lavoratori, tra i quali lo stesso Patrizio, stavano manovrando il trabattello quando si sarebbe verificato l’urto.
Da quel punto inizia la sequenza che porta alla morte del 19enne.
L’ammoniaca si disperde nell’ambiente. La nube tossica invade l’area di lavoro.
Tre operai riescono ad allontanarsi. Patrizio, che si trova sul trabattello, non riesce invece a mettersi in salvo.
Le operazioni di soccorso diventano estremamente complesse proprio a causa della presenza della sostanza tossica.
I vigili del fuoco riescono a recuperare il corpo soltanto diverse ore dopo l’incidente. Per entrare nell’area vengono impiegati anche i nuclei specializzati per il rischio chimico, oltre alle squadre dei comandi di Napoli e Caserta. La zona circostante viene evacuata.
L’esposizione all’ammoniaca provoca a Patrizio un grave edema polmonare acuto, con conseguente insufficienza cardiorespiratoria. È questa, secondo gli atti dell’inchiesta, la causa della morte.
Cinque imputati e una presunta catena di responsabilità
L’inchiesta della Procura di Napoli Nord, coordinata dal sostituto procuratore Josè Criscuolo, inizialmente aveva coinvolto tre persone. Nel corso delle investigazioni gli indagati sono diventati cinque.
Si tratta di:
- Domenico Razzano, legale rappresentante di Frigocaserta e committente dei lavori;
- Alfonso Avola, legale rappresentante della Cofrin e datore di lavoro di Patrizio;
- Erasmo Avola, preposto incaricato del cantiere;
- Alfredo Migliore, coordinatore della sicurezza;
- Roberto Pescia, responsabile dell’intervento.
A tutti vengono contestati, con responsabilità e condotte specifiche da accertare, profili di omicidio colposo e violazioni della normativa sulla sicurezza sul lavoro.
Secondo la Procura, le condotte contestate avrebbero contribuito alla catena causale che portò alla morte del giovane.
La questione centrale non riguarda quindi soltanto il momento in cui il manometro si rompe. L’inchiesta punta a ricostruire chi doveva valutare i rischi, chi doveva organizzare il lavoro, chi doveva garantire la sicurezza e chi doveva impedire che determinate attività venissero svolte in quelle condizioni.
Naturalmente, si tratta di contestazioni ancora da sottoporre al vaglio del giudice: nessuno degli imputati può essere considerato responsabile fino a una eventuale sentenza definitiva.
Un tirocinante dentro una fabbrica con l’ammoniaca
È uno dei punti che la famiglia di Patrizio continua a porre al centro della propria battaglia.
Patrizio non era dipendente della Frigocaserta, ma della Cofrin, impresa appaltatrice. Secondo quanto riferito dalla USB, costituita parte civile nel procedimento, il giovane aveva un contratto di tirocinio della durata di un anno per 500 euro mensili.
Proprio la condizione di tirocinante è diventata uno dei temi della vicenda.
La famiglia ha sempre sostenuto che Patrizio non avrebbe dovuto trovarsi in quell’area e ha chiesto di accertare ogni responsabilità nella gestione del lavoro e della sicurezza.
La madre Simona Esposito, in una lettera diffusa oggi, torna a chiedere verità e giustizia e sostiene che la morte del figlio non possa essere liquidata come una fatalità. È una posizione della famiglia, non un accertamento giudiziario.
Dieci giorni prima era morto un altro operaio
La tragedia di Patrizio assume un ulteriore peso se inserita nella storia recente dello stesso stabilimento.
Dieci giorni prima, il 31 dicembre 2024, alla Frigocaserta era morto Pompeo Mezzacapo, 39 anni, operaio di Capodrise e padre di tre figli, rimasto schiacciato da un muletto.
Anche quella vicenda è diventata oggetto di un procedimento giudiziario. La morte di Mezzacapo e quella di Spasiano avvennero nello stesso stabilimento a distanza di appena dieci giorni.
Un elemento che ha inevitabilmente alimentato interrogativi sulla sicurezza dell’impianto e sull’organizzazione delle attività lavorative.
La famiglia: «Vogliamo sapere tutta la verità»
I genitori di Patrizio chiedono di conoscere tutta la catena delle responsabilità.
A febbraio 2025, durante un presidio davanti ai cancelli della Frigocaserta, la madre aveva detto: «Me lo hanno ucciso, voglio la verità», contestando il fatto che il figlio, tirocinante, si trovasse in quell’area dello stabilimento.
Nei mesi successivi la famiglia ha continuato a chiedere che il nome di Patrizio non venisse dimenticato.
La madre ha anche chiesto che la sua storia diventasse un monito per altri giovani e che la vicenda fosse raccontata nelle scuole per accendere l’attenzione sul tema della sicurezza sul lavoro.
Oggi, davanti al Tribunale di Napoli Nord, quella richiesta entra in una nuova fase giudiziaria.
«Verità e giustizia per Patrizio»
Questa mattina l’USB Campania, i movimenti studenteschi e gli attivisti di Potere al Popolo hanno organizzato un presidio davanti al Tribunale di Napoli Nord, in occasione dell’udienza.
Il sindacato, che si è costituito parte civile, ha posto l’accento sulla condizione dei tirocinanti e sulla necessità di rafforzare i controlli. Secondo USB, la vicenda di Patrizio evidenzia anche le criticità legate all’utilizzo dei tirocini e alla sicurezza nei rapporti di appalto.
La giornata odierna stabilisce l’inizio del percorso giudiziario davanti al Gup per accertare se le contestazioni formulate dalla Procura debbano tradursi in un processo.
Per la famiglia Spasiano, invece, il processo arriva dopo quasi due anni di attesa.
Patrizio aveva 19 anni. Aveva davanti un mestiere da imparare, uno stipendio da 500 euro, una fidanzata, una famiglia e un futuro ancora tutto da costruire.
Quel futuro si è fermato il 10 gennaio 2025, dentro un capannone dove una nube di ammoniaca gli ha tolto la vita.
Ora sarà la giustizia a dover stabilire se quella morte poteva essere evitata e, soprattutto, se qualcuno avrebbe dovuto impedirgli di trovarsi lì.








