Un appello nato nelle aule e nei laboratori degli Istituti Alberghieri italiani si trasforma in una piattaforma programmatica. “Salviamo gli Alberghieri” mette nero su bianco un Manifesto in dieci punti per chiedere una nuova attenzione all’istruzione professionale e al futuro delle professioni legate a enogastronomia, turismo e ospitalità.
A rilanciare la proposta è Diego Palma, direttore de La Voce della Scuola, che nei giorni scorsi ha illustrato le ragioni dell’iniziativa anche attraverso un’intervista pubblicata da La Stampa. Al centro della riflessione c’è il rischio di una progressiva perdita di identità degli istituti alberghieri, proprio mentre il sistema turistico italiano continua ad avere bisogno di personale qualificato.
Il problema, sottolinea Palma, non sarebbe quello di una chiusura degli Alberghieri, ma di un lento indebolimento determinato dalla perdita di investimenti, risorse e centralità delle discipline professionalizzanti.
Da qui nasce il principio che sintetizza l’intero Manifesto: non bisogna accorciare la scuola professionale, ma renderla più professionale.
Il Manifesto in dieci punti
Il documento, presentato il 25 agosto, nasce dal confronto tra docenti, insegnanti tecnico-pratici, dirigenti scolastici, professionisti, rappresentanti del mondo produttivo e associazioni di categoria.
Il primo punto riguarda il rafforzamento delle discipline professionalizzanti e dei laboratori. Cucina, sala e vendita, accoglienza turistica, pasticceria e arte bianca devono tornare a essere elementi centrali della formazione, soprattutto nel triennio. Il laboratorio viene considerato non un’attività accessoria, ma il luogo in cui teoria e pratica diventano competenza.
Il secondo punto chiede invece un quadro orario nazionale forte e riconoscibile, capace di garantire un’identità comune agli Istituti Alberghieri di tutta Italia, lasciando comunque spazio alle specificità dei singoli territori.
La terza proposta riguarda la creazione di una nuova Area di Alta Professionalizzazione, ispirata alla Terza Area del Progetto ’92 e costruita attraverso la collaborazione tra scuole, imprese qualificate, professionisti, ITS Academy, università e territori.
Per rendere concretamente possibile questa formazione viene chiesto, al quarto punto, un Fondo nazionale permanente per laboratori, attrezzature e materie prime. Una scuola che deve insegnare una professione, si sostiene nel Manifesto, non può prescindere da laboratori moderni, strumenti adeguati, tecnologie, software e risorse per le attività pratiche.
Il quinto punto affronta il rapporto tra scuola e imprese. Chef, maître, pasticcieri, sommelier, direttori d’albergo, professionisti dell’accoglienza e manager possono contribuire alla formazione degli studenti. Ma viene fissato un principio preciso: lo studente non deve sostituire un lavoratore e il tirocinio non può trasformarsi in lavoro gratuito.
Difendere i cinque anni e valorizzare gli ITP
Particolarmente significativo è il sesto punto, dedicato alla durata del percorso. Il Manifesto difende i cinque anni di scuola professionale, sostenendo che dopo il diploma ogni studente debba poter scegliere tra lavoro, ITS Academy, università o imprenditorialità.
Gli ITS Academy, dunque, non vengono considerati alternativi agli Alberghieri, ma come uno degli sbocchi di una filiera formativa che deve funzionare nel suo insieme.
Il settimo punto riguarda gli Insegnanti Tecnico-Pratici, considerati una componente fondamentale dell’identità degli istituti professionali. Il Manifesto chiede di valorizzarne il ruolo professionale, giuridico ed economico e di garantire percorsi permanenti di aggiornamento.
Misurare il destino degli studenti dopo il diploma
L’ottavo punto introduce la proposta di un Osservatorio nazionale su formazione, lavoro e professioni, che non si limiti a registrare iscrizioni e diplomi, ma segua il percorso degli studenti anche dopo la scuola.
Quanti proseguono gli studi? Quanti entrano nel settore? Quanti lo abbandonano? E soprattutto, perché?
Il Manifesto parla di “dispersione professionale”, un fenomeno che rischia di rimanere invisibile se non viene analizzato insieme ai dati sulla dispersione scolastica.
«Perché un giovane dovrebbe restare nell’ospitalità?»
Il nono punto sposta il dibattito dalla scuola al mondo del lavoro. Il Manifesto propone un Patto nazionale per la qualità e l’umanizzazione del lavoro nell’ospitalità, chiamando in causa istituzioni, imprese, associazioni di categoria, lavoratori e mondo della formazione.
Retribuzioni, orari, turnazioni, riposi, lavoro festivo, stabilità e possibilità di crescita diventano parte integrante della discussione.
La domanda, quindi, cambia: non soltanto perché alcuni giovani non vogliano lavorare nella ristorazione e nell’ospitalità, ma cosa debba cambiare affinché un ragazzo qualificato scelga di entrarvi, restarci e costruire il proprio futuro.
Infine, il decimo punto affronta la questione culturale: restituire prestigio all’istruzione professionale e alle professioni alle quali prepara.
L’Alberghiero non deve essere percepito come una scuola di serie B, scelta da chi non vuole studiare. Deve essere un percorso scelto consapevolmente da chi vuole diventare un professionista dell’enogastronomia, dell’accoglienza e del turismo.
Il messaggio è chiaro: saper fare è cultura, la professionalità è cultura e la dignità del lavoro è cultura.
Dall’appello alla proposta degli Stati Generali
Nel giro di pochi giorni l’iniziativa ha superato i confini del mondo scolastico, attirando l’attenzione della stampa e del settore dell’Horeca.
Il Manifesto è stato rilanciato da diverse testate e ha trovato spazio anche su La Stampa, contribuendo a portare la questione dell’istruzione professionale all’interno di un dibattito più ampio sul futuro del turismo e del mercato del lavoro.
Ma “Salviamo gli Alberghieri” non vuole fermarsi alla raccolta di adesioni.
Il progetto punta infatti a coinvolgere Ministero, Parlamento, Regioni, organizzazioni sindacali e professionali, associazioni di categoria, imprese, ITS Academy, università, studenti e famiglie.
Il passaggio successivo è la proposta degli Stati Generali degli Istituti Alberghieri, pensati come luogo di confronto nazionale sui dieci punti del Manifesto.
La parabola dell’iniziativa è significativa: quello che il 18 agosto era un appello è diventato una mobilitazione; la mobilitazione si è trasformata in un Manifesto e il Manifesto punta ora a diventare una proposta politica e istituzionale.
La questione, in fondo, va oltre gli Alberghieri.
Riguarda il modello di scuola professionale che l’Italia vuole costruire e il modo in cui intende preparare le nuove generazioni a un settore strategico come quello del turismo, della ristorazione e dell’ospitalità.
Perché formare un giovane a una professione non significa soltanto insegnargli un mestiere. Significa metterlo nelle condizioni di poter trasformare quelle competenze in un lavoro dignitoso, stabile e capace di costruire un futuro.
E proprio da questa consapevolezza parte la sfida di “Salviamo gli Alberghieri”.










