Trentasei anni dopo, il nome di Simonetta Cesaroni continua a evocare uno dei più grandi misteri della cronaca nera italiana.
Era il 7 agosto 1990 quando la giovane contabile romana, appena 20 anni, venne trovata senza vita negli uffici dell’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù, al terzo piano dello stabile di via Carlo Poma 2, nel quartiere Prati di Roma. Da quel giorno, una domanda non ha mai trovato risposta: chi ha ucciso Simonetta?
Un caso rimasto sospeso tra piste investigative, errori, sospetti, processi e nuove analisi scientifiche. Un cold case che ancora oggi non ha un colpevole definitivo.
L’ultima giornata di Simonetta
Simonetta Cesaroni quel pomeriggio era andata a lavorare come aveva fatto molte altre volte. Era una ragazza riservata, descritta da chi la conosceva come una persona tranquilla e precisa.
L’ultimo contatto certo risale al tardo pomeriggio del 7 agosto: poi il silenzio.
Quando la famiglia si accorse che Simonetta non era rientrata a casa, iniziò la ricerca. In serata la sorella Paola, insieme al fidanzato e al datore di lavoro della ragazza, raggiunse l’ufficio di via Poma. Fu lì che venne scoperta la tragedia.
Il corpo della giovane fu trovato all’interno dell’ufficio. L’autopsia stabilì che era stata uccisa con numerosi colpi inferti con un’arma da taglio, probabilmente un tagliacarte o un oggetto simile.
Un’indagine segnata da dubbi e piste diverse
Fin dalle prime ore il caso apparve estremamente complesso.
Lo stabile di via Poma divenne il centro di un’indagine lunga e controversa. Negli anni sono state seguite numerose piste: dai frequentatori del palazzo ai conoscenti della vittima, fino a ipotesi che hanno coinvolto ambienti più oscuri. Nessuna però ha portato a una verità giudiziaria definitiva.
Tra le persone finite sotto i riflettori ci fu anche il portiere dello stabile, Pietrino Vanacore, inizialmente sospettato e poi scagionato. Un altro nome centrale fu quello dell’allora fidanzato di Simonetta, Raniero Busco, processato e successivamente assolto in via definitiva dalla Cassazione nel 2014.
Il caso ha attraversato anche momenti drammatici per gli stessi protagonisti delle indagini e per le persone coinvolte, lasciando dietro di sé dolore e interrogativi mai completamente risolti.
Le nuove indagini: la pista del Dna
Negli ultimi anni la procura di Roma ha riaperto il fascicolo, mantenendo l’inchiesta contro ignoti e disponendo nuovi accertamenti scientifici. Nel dicembre 2024 il gip aveva respinto la richiesta di archiviazione e indicato la necessità di ulteriori verifiche sui reperti, sulle tracce genetiche e sulle testimonianze.
Nel 2026 sono stati effettuati nuovi confronti genetici su otto persone mai indagate formalmente: cinque donne e tre uomini residenti nello stabile all’epoca dei fatti. Gli esami, secondo quanto riportato, non avrebbero fornito una corrispondenza con i profili genetici analizzati.
La scienza continua dunque a cercare una risposta che manca da decenni.
Una famiglia che aspetta ancora giustizia
Dietro il fascicolo, i reperti e le ipotesi investigative resta una ragazza di vent’anni.
Simonetta Cesaroni non è soltanto il simbolo di un caso irrisolto. È una figlia, una sorella, una giovane donna la cui vita è stata spezzata in una calda estate romana e che da 36 anni aspetta ancora una verità.
Il delitto di via Poma è diventato uno dei grandi misteri italiani non perché manchino le domande, ma perché manca ancora la risposta più importante:
chi è entrato in quell’ufficio il 7 agosto 1990 e ha tolto la vita a Simonetta?
Finché quella domanda resterà senza risposta, il caso di via Poma resterà una ferita aperta nella storia giudiziaria italiana.










