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Dal delitto Sibillo a Montesanto: undici anni di sangue nel centro storico. A Napoli la violenza non è mai finita

Luciana Esposito di Luciana Esposito
2 Luglio, 2026
in Cronaca, Imbrianinonmollare
0
Dal delitto Sibillo a Montesanto: undici anni di sangue nel centro storico. A Napoli la violenza non è mai finita
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Il 2 luglio 2015 l’omicidio di Emanuele Sibillo segnò uno spartiacque nella storia criminale del centro storico di Napoli. Quel ventenne, considerato il capo della cosiddetta “paranza dei bambini”, venne ucciso in un agguato a Forcella mentre era latitante. La sua morte non rappresentò la fine della violenza, ma l’inizio di una nuova stagione, caratterizzata da una criminalità sempre più giovane, frammentata e imprevedibile.

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Da allora sono trascorsi undici anni.

Il centro storico cittadino è andato incontro a una straordinaria rinascita turistica, con milioni di visitatori, nuove attività commerciali, bed&breakfast, ristoranti e locali che ne hanno cambiato profondamente il volto. Al contempo, non ha mai smesso di convivere con un’altra realtà: quella delle armi, delle “stese”, degli agguati e delle guerre per il controllo del territorio.

L’omicidio di Sibillo arrivò al culmine della faida tra il gruppo Giuliano-Sibillo e i Buonerba, vicini al clan Mazzarella. Nei mesi successivi il centro storico divenne un teatro di guerra: sparatorie tra i vicoli di Forcella, agguati in pieno giorno, tentati omicidi e regolamenti di conti. Poche settimane dopo venne assassinato in piazza Mancini Salvatore D’Alpino, altro esponente del cartello Sibillo-Giuliano-Brunetti-Amirante, colpito tra la folla.

Le indagini e i numerosi arresti riuscirono progressivamente a smantellare quel sistema criminale, ma eliminare i vertici non ha significato sradicare il problema o eliminare il fenomeno.

Al contrario, negli anni successivi il centro storico ha assistito alla nascita di gruppi sempre più piccoli, fluidi e violenti, privi della struttura dei clan tradizionali ma ugualmente capaci di imporre il controllo attraverso intimidazioni, estorsioni, traffico di droga e uso sistematico delle armi.

Le “stese” sono diventate quasi una normalità. I vicoli di Forcella, dei Decumani, della Sanità, dei Quartieri Spagnoli e di Montesanto hanno continuato a comparire nelle cronache per sparatorie, ferimenti, raid intimidatori e omicidi.

Negli ultimi anni il centro di Napoli è stato attraversato anche da altri delitti che hanno profondamente colpito l’opinione pubblica, come gli omicidi di giovanissimi maturati all’interno delle nuove dinamiche criminali cittadine, spesso collegati alla riaffermazione del controllo dei clan sul territorio.

Poi, il punto di non ritorno: quanto accaduto nei giorni scorsi a Montesanto.

Le immagini dell’uomo che passeggia tra centinaia di persone impugnando un kalashnikov, mentre poco prima erano stati esplosi colpi di pistola in seguito a una rissa, rappresentano forse il simbolo più inquietante dell’evoluzione della violenza nel centro cittadino. Una scena ripresa dagli smartphone di residenti e turisti, i video sono diventati virali e hanno fatto giro del mondo, la vicenda conclusasi con il fermo dei presunti responsabili e il recupero del fucile d’assalto.

Il dato che impone una riflessione è che tra il 2015 e il 2026 cambiano i protagonisti, cambiano gli equilibri criminali, ma non cambia il metodo: il ricorso ostentato alle armi per affermare il controllo del territorio.

Nel frattempo Napoli è diventata una delle principali mete turistiche d’Europa. Il centro storico vive un boom economico senza precedenti, ma questa trasformazione non è stata accompagnata da un definitivo superamento delle dinamiche criminali.

La violenza non è più quella delle grandi organizzazioni rigidamente strutturate degli anni Novanta. Oggi è più frammentata, meno prevedibile e, proprio per questo, spesso più difficile da intercettare preventivamente.

Ogni volta che accade un fatto eclatante la risposta investigativa arriva, spesso rapidamente, con arresti e sequestri, come è accaduto anche a Montesanto, ma resta una recrudescenza criminale che continua a campeggiare, tra vicoli e periferie, indistintamente, senza trovare spazio nelle agende di governo, senza l’impegno di una presa in carico reale e concreta del problema da parte delle istituzioni locali e nazionali.

Non si può parlare di un’emergenza, ma di un problema strutturato, radicato e ramificato nel tessuto sociale cittadino e che vede crescere in maniera spropositata la presenza di armi, anche da guerra, come nel caso di Montesanto e che risultano nelle disponibilità anche di soggetti non necessariamente inseriti nelle dinamiche camorristiche. Di contro, l’età media dei soggetti che marcano la scena criminale, tende ad abbassarsi vertiginosamente.

L’omicidio di Emanuele Sibillo avrebbe potuto e dovuto rappresentare il punto finale di una stagione criminale. Invece è diventato il punto di partenza di una lunga transizione che, tra arresti, nuove leve, gruppi emergenti e continue ricomposizioni degli equilibri camorristici, non si è mai realmente conclusa.

Le immagini del kalashnikov a Montesanto dimostrano che il problema non è soltanto reprimere chi spara, il vero nodo da sciogliere resta impedire che quelle armi arrivino ancora una volta nel cuore della città, tra migliaia di cittadini e turisti.

Undici anni dopo l’agguato di via Oronzo Costa, il centro storico continua a vivere una doppia identità: da un lato simbolo della rinascita culturale ed economica di Napoli, dall’altro scenario periodico di episodi che ricordano come la sfida per il controllo del territorio sia tutt’altro che archiviata.

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