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Il business delle pratiche pensionistiche e del Reddito di cittadinanza: il racconto di Giovanni Braccia

Luciana Esposito di Luciana Esposito
1 Luglio, 2026
in Cronaca, In evidenza
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Prima di diventare collaboratore di giustizia, Giovanni Braccia, ritenuto elemento di spicco del clan De Martino di Ponticelli e cugino dei D’Amico del rione Conocal e di San Giovanni ia Teduccio, raccontò alla giornalista Luciana Esposito un presunto sistema illecito che, secondo le sue dichiarazioni, avrebbe coinvolto alcuni Centri di assistenza fiscale (CAF) nella gestione di pratiche previdenziali e del Reddito di cittadinanza, trasformando strumenti di welfare in una fonte stabile di guadagno per la criminalità organizzata.

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Si tratta di dichiarazioni che precedevano la sua scelta di collaborare con la magistratura, avvenuta ad ottobre del 2024, pochi giorni dopo il blitz che fece scattare le manette per dozzine di soggetti ritenuti contigui al clan De Micco-De Martino, tra i quali figurava anche Braccia. Tuttavia, il fedelissimo di Ciccio ‘o pazzo, alias Francesco De Martino, aveva iniziato a collaborare attivamente alle inchieste della giornalista già prima di finire in carcere, prendendo concretamente le distanze dagli ambienti criminali.

Braccia descrive un meccanismo fondato sulla manipolazione delle pratiche amministrative e sul controllo diretto dei benefici economici destinati ai cittadini.

Le pensioni di invalidità civile “gonfiate”

Secondo Braccia, uno dei filoni più redditizi riguardava le pratiche pensionistiche.

Il presunto sistema prevedeva l’alterazione delle domande o delle posizioni previdenziali per aumentare l’importo della pensione percepita dal beneficiario. Nell’esempio fornito dall’ex esponente del clan, un soggetto che avrebbe dovuto percepire una pensione di invalidità civile 200 euro al mese finiva per percepirne 500, grazie alla mediazione dei gestori del Caf.

L’aumento, però, non sarebbe stato gratuito. Dei 300 euro aggiuntivi, circa 200 euro sarebbero stati trattenuti ogni mese dal CAF coinvolto, mentre gli arretrati ottenuti grazie alla pratica modificata venivano divisi a metà tra gli organizzatori e il beneficiario.

Secondo il suo racconto, il guadagno non derivava quindi da un’unica operazione, ma da una rendita mensile destinata a protrarsi nel tempo.

Il Reddito di cittadinanza come fonte di guadagni continui

Ancora più remunerativo, secondo la ricostruzione Braccia, sarebbe stato il sistema costruito attorno al Reddito di cittadinanza.

L’ex affiliato sosteneva che alcune persone prive dei requisiti necessari riuscissero comunque a ottenere il beneficio grazie all’intervento dei CAF compiacenti.

«Se una persona non ha i requisiti, ci pensano loro», raccontava.

Il compenso seguiva uno schema preciso: la prima mensilità veniva trattenuta integralmente dagli organizzatori, mentre quelle successive venivano divise al 50% con il percettore.

Braccia descriveva inoltre un ulteriore livello di controllo: alcuni CAF avrebbero trattenuto direttamente la carta su cui veniva accreditato il sussidio, disponendo anche di servizi postali che consentivano di effettuare operazioni e transazioni.

«Tutti i mesi la camorra incassa», affermava, sintetizzando quello che, a suo dire, rappresentava un flusso economico costante.

Il sistema della “monetizzazione”

Il racconto si soffermava anche sulle limitazioni previste per il Reddito di cittadinanza.

Poiché il beneficiario poteva prelevare in contanti solo una parte della somma disponibile, il resto veniva trasformato in denaro attraverso un meccanismo illecito.

Secondo Braccia, venivano simulate operazioni di acquisto presso esercizi commerciali convenzionati o compiacenti. La transazione risultava formalmente come un pagamento di beni, ma il beneficiario riceveva denaro contante decurtato di una commissione.

Su ogni 100 euro “monetizzati”, spiegava, venivano trattenuti tra i 15 e i 20 euro.

Anche questa attività avrebbe garantito un flusso costante di introiti alle organizzazioni criminali, che percepivano una percentuale su ogni operazione effettuata.

Un welfare trasformato in business criminale

Le dichiarazioni rese da Giovanni Braccia delineavano un sistema che non si limita alla commissione di singole truffe, ma trasforma prestazioni assistenziali e previdenziali in un vero e proprio modello di business.

L’obiettivo non sarebbe stato soltanto ottenere illecitamente pensioni o sussidi, ma assicurarsi un’entrata periodica attraverso percentuali mensili, arretrati e commissioni sulle transazioni, con un controllo diretto dei benefici economici destinati ai cittadini.

Le affermazioni di Braccia sono entrate successivamente nel patrimonio conoscitivo della magistratura dopo la sua decisione di collaborare con la giustizia e ben presto potrebbero essere destinate a far luce anche su questo business sommerso da anni saldamente orchestrato dai referenti del clan, non solo negli uffici dei Caf della periferia orientale di Napoli.

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