Le immagini di piazzetta Montesanto hanno fatto il giro d’Italia: un uomo armato di kalashnikov che attraversa una delle aree più frequentate del centro di Napoli, colpi d’arma da fuoco esplosi tra residenti, turisti e pendolari, il panico in pieno pomeriggio. Scene che appartengono più ai territori di guerra che a una città europea.
Di fronte a immagini tanto gravi, la risposta delle istituzioni è stata immediata sul piano comunicativo, ma proprio le dichiarazioni rilasciate nelle ore successive meritano una riflessione.
Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha parlato di emergenza baby gang, chiedendo un intervento radicale e sostenendo che questi gruppi sarebbero già noti alle forze dell’ordine.
Una lettura che, però, rischia di semplificare una realtà ben più complessa.
Nelle ore successive, infatti, l’attività investigativa della Polizia di Stato ha portato al fermo di persone adulte e al recupero del kalashnikov nascosto sotto un’auto. Gli sviluppi dell’inchiesta sembrano quindi delineare un contesto che va oltre il semplice fenomeno delle baby gang e che potrebbe essere riconducibile a dinamiche criminali organizzate, ancora tutte da chiarire. Parlare esclusivamente di criminalità giovanile rischia quindi di spostare l’attenzione dal cuore del problema e sminuire la gravità della situazione che imperversa tra le strade della città.
Anche le parole del prefetto Michele di Bari, che ha parlato di una “risposta immediata” e dell’efficacia dell’azione congiunta di forze dell’ordine e magistratura, pongono inevitabilmente un interrogativo. È indubbio che il lavoro investigativo sia stato rapido e abbia consentito in poche ore di recuperare un’arma da guerra e individuare alcuni sospettati. Questo è un dato oggettivo e rappresenta un risultato importante, ma è altrettanto vero che quella risposta è arrivata dopo che un uomo aveva già potuto camminare impugnando un kalashnikov in mezzo a centinaia di persone.
Inoltre, la risposta è stata rapida e tempestiva, ma circoscritta a un episodio di inaudita gravità che ha conquistato l’attenzione dei media nazionali e non solo, ma fin qui non sono pervenute comunicazioni istituzionali in merito a azioni e interventi di portata più ampia e che guardano in una direzione più lungimirante e continuativa.
Perché quando un fucile d’assalto compare nel cuore della città, davanti alla stazione della Cumana, in una zona videosorvegliata e frequentata da famiglie e turisti, il tema non è soltanto quanto velocemente si riesca a sequestrare l’arma dopo i fatti, ma il vero cuore della questione è capire come sia stato possibile arrivare a quel punto.
Non si tratta di mettere in discussione il lavoro di poliziotti, carabinieri e magistrati, che ogni giorno operano in condizioni estremamente difficili e che, anche in questa vicenda, hanno dimostrato capacità investigativa. Si tratta piuttosto di interrogarsi sul livello di controllo del territorio.
Le stesse cronache raccontano che quello di Montesanto non sarebbe stato un episodio isolato. Nei giorni precedenti si erano già registrate diverse “stese” tra i Quartieri Spagnoli e il Pallonetto di Santa Lucia, alimentando il timore di una nuova escalation criminale.
Ed è proprio qui che emerge una contraddizione.
Se, come affermato dal sindaco, questi gruppi erano già conosciuti alle forze dell’ordine e se, come dichiarato dalle istituzioni, la situazione era già monitorata, allora è legittimo chiedersi perché si sia arrivati a vedere un kalashnikov in pieno centro storico.
La sensazione è che troppo spesso, dopo episodi di enorme impatto mediatico, la comunicazione istituzionale tenda a concentrarsi sull’efficienza della risposta successiva, mentre resta sullo sfondo il nodo della prevenzione.
Una città non misura la propria sicurezza soltanto dalla capacità di arrestare i responsabili dopo una sparatoria, ma soprattutto dalla capacità di impedire che quella sparatoria avvenga.
Ed è forse questa la riflessione più urgente che Montesanto consegna oggi a Napoli: un kalashnikov tra la folla non rappresenta soltanto un fatto di cronaca, ma il punto in cui il controllo dello spazio pubblico è stato, almeno per alcuni minuti, completamente sottratto allo Stato.










