Era già morto quando è arrivato all’ospedale del Mare, il 2 marzo scorso, Salvatore De Marco, 34 anni, vittima di un agguato di matrice camorristica nel quartiere San Giovanni a Teduccio. L’uomo presentava multiple ferite da arma da fuoco in diverse zone del corpo (torace, addome, dorso e arti superiori). Il decesso viene immediatamente constatato dai sanitari come conseguenza di uno shock emorragico irreversibile. Prendono così il via le indagini che nei giorni scorsi hanno fatto scattare le manette per uno degli autori di quell’omicidio che a tutti gli effetti risuona come una vendetta trasversale: De Marco era infatti il nipote del boss Ciro Rinaldi detti “Mauè”, leader dell’omonimo cartello operante nel rione Villa di San Giovanni a Teduccio e da sempre in contrasto con i Mazzarella.
Secondo la ricostruzione della Polizia Giudiziaria, l’omicidio avviene in pieno giorno, intorno alle 11:50, in via Sorrento, nei pressi di un esercizio commerciale del quartiere orientale di Napoli. La vittima si trovava a bordo della propria Fiat Panda quando viene affiancata da un’altra Fiat Panda di colore grigio. Da quest’ultima, un passeggero seduto sul lato posteriore destro apre il fuoco con un’arma a carica singola, esplodendo diversi colpi che raggiungono mortalmente De Marco. Subito dopo, il veicolo dei killer si allontana in direzione via Figurelle.
Determinante per la ricostruzione dell’agguato è l’analisi incrociata di videosorveglianza, tracciamenti GPS e rilievi balistici. All’interno della vettura della vittima vengono rinvenute tre ogive, mentre sul luogo del delitto, dinanzi a un’attività commerciale, vengono repertati ulteriori reperti: un’ogiva deformata, un frammento di vetro con tracce ematiche e un tampone biologico.
L’autopsia conferma che la morte è dovuta a lesioni multiple da arma da fuoco con interessamento degli organi vitali, compatibili con un’azione ravvicinata e coordinata.
Un punto centrale dell’indagine riguarda la Fiat Panda utilizzata per l’agguato, risultata formalmente intestata a una donna ma nella disponibilità di ambienti criminali del rione San Giovanni a Teduccio. Le indagini evidenziano che il veicolo, nei giorni precedenti all’omicidio, era stato parcheggiato nei pressi dell’abitazione della madre di uno degli indagati, elemento ritenuto significativo dagli investigatori per il collegamento logistico con l’organizzazione dell’azione.
I dati GPS installati sul mezzo mostrano una dinamica precisa: tra il 20 e il 25 febbraio la vettura staziona stabilmente nella stessa area, poi viene spostata e nuovamente parcheggiata nei pressi del medesimo quartiere fino al 1 marzo. Nelle ore immediatamente precedenti al delitto, dalle 13:53 del giorno precedente fino alle 11:58 del 2 marzo, il segnale GPS risulta assente, circostanza che gli inquirenti ritengono compatibile con l’utilizzo di un disturbatore di segnale (jammer), ipotesi che rafforza la tesi di una pianificazione accurata.
Parallelamente, emerge il ruolo della Fiat 600 verde a noleggio, ritenuta veicolo di supporto operativo. Le immagini di videosorveglianza e i dati SCNTT mostrano l’auto muoversi ripetutamente tra San Giovanni a Teduccio, Ponticelli e le strade limitrofe all’abitazione della vittima nelle ore della mattina dell’omicidio. Secondo gli investigatori, tali spostamenti sarebbero compatibili con attività di perlustrazione e monitoraggio degli obiettivi.
Alle 10:46 circa, la Fiat 600 viene ripresa mentre percorre via Sorrento, con un soggetto alla guida che indossa un indumento chiaro. Nei minuti successivi, il veicolo effettua più passaggi nella stessa area, prima di stazionare nella zona in cui risiede la madre di uno degli indagati e dove risulta parcheggiata anche la Fiat Panda utilizzata per il delitto.
Il momento cruciale si registra poco dopo l’agguato: intorno alle 13:30, la Fiat Panda dei killer interrompe la corsa in via Bartolo Longo. Dalle immagini di videosorveglianza si vede un uomo scendere dal veicolo e salire rapidamente a bordo della Fiat 600, che si allontana subito dopo con almeno tre persone a bordo. Tra queste, una figura al volante viene successivamente identificata dagli inquirenti in uno degli indagati, riconosciuto anche grazie a ulteriori riscontri fotografici e social.
Ulteriori elementi rafforzano il quadro indiziario: la Fiat 600 viene successivamente ripresa in via Nuova Marina e in altre zone della città, con il conducente riconosciuto in compagnia del figlio, dettaglio che consente l’identificazione personale attraverso confronti fisiognomici e immagini social.
Le indagini evidenziano inoltre una rete di contatti tra soggetti legati al clan D’Amico-Mazzarella e ambienti criminali del rione, con riferimenti a figure note con soprannomi e collegamenti a dinamiche di controllo territoriale e traffico di stupefacenti.
Il quadro complessivo delineato dagli inquirenti descrive quindi un’azione non improvvisata, ma preceduta da fasi di osservazione, coordinamento logistico, utilizzo di più veicoli e probabili ruoli distinti tra esecutori materiali, basisti e soggetti di supporto.










