Oltre mille persone tra dipendenti, collaboratori e lavoratori dell’indotto sono scese in piazza per difendere il proprio posto di lavoro e chiedere una soluzione che consenta al Grand Hotel La Sonrisa di proseguire temporaneamente l’attività almeno fino al prossimo 31 ottobre. Il sit-in si è svolto all’indomani della decisione del Consiglio di Stato che ha confermato la revoca delle licenze disposta dal Comune di Sant’Antonio Abate, aprendo di fatto la strada alla chiusura della struttura diventata celebre in tutta Italia come il “Castello delle Cerimonie”.
La protesta nasce dalla preoccupazione per le conseguenze occupazionali ed economiche che la cessazione delle attività potrebbe avere su centinaia di famiglie e sull’intero territorio.
L’appello dei lavoratori
«Non stiamo difendendo soltanto un posto di lavoro, ma il futuro di centinaia di famiglie che da anni vivono grazie a questa realtà produttiva», ha dichiarato Emma Acampora, intervenuta in rappresentanza dei lavoratori durante il presidio.
La richiesta rivolta alle istituzioni è chiara: consentire alla struttura di completare la stagione in corso, salvaguardando gli eventi già programmati, le prenotazioni e le attività economiche collegate al complesso alberghiero.
Secondo i lavoratori, una chiusura immediata rischierebbe infatti di produrre effetti pesanti non solo per i dipendenti diretti, ma anche per fornitori, aziende di servizi, professionisti e attività commerciali che gravitano attorno alla struttura.
La vicenda giudiziaria che ha portato alla chiusura
La storia giudiziaria del Grand Hotel La Sonrisa affonda le sue radici in un lungo procedimento penale relativo a presunte violazioni urbanistiche.
Secondo l’impostazione accusatoria, tra il 1978 e il 2011 il complesso sarebbe stato interessato da una trasformazione urbanistica ritenuta abusiva. Al centro delle contestazioni vi sarebbe l’espansione progressiva della struttura ricettiva attraverso interventi edilizi che, secondo l’accusa, avrebbero alterato l’assetto urbanistico dell’area.
Il procedimento si è concluso con la dichiarazione di prescrizione del reato urbanistico contestato. Tuttavia, pur in assenza di una condanna definitiva sul piano penale, i giudici hanno disposto la confisca urbanistica dell’intero complesso, ritenendo sussistenti i presupposti previsti dalla normativa.
Negli anni successivi la vicenda è passata attraverso diversi gradi di giudizio fino ad arrivare alle più recenti decisioni amministrative che hanno portato il Comune di Sant’Antonio Abate a revocare le autorizzazioni necessarie per l’esercizio dell’attività.
Nei giorni scorsi il Consiglio di Stato ha confermato la legittimità di tale revoca, sancendo di fatto l’impossibilità per la struttura di continuare ad operare.
La posizione della difesa
I legali della proprietà hanno sempre contestato la ricostruzione accusatoria.
Secondo la difesa, La Sonrisa sarebbe nata su un nucleo originario regolarmente autorizzato e destinato sin dall’inizio ad attività turistico-ricettive. Nel corso degli anni, sostengono gli avvocati, sarebbero state rilasciate dagli enti competenti concessioni edilizie, autorizzazioni amministrative, licenze commerciali e autorizzazioni sanitarie.
Particolarmente contestata è la misura della confisca, ritenuta sproporzionata rispetto ai fatti contestati e agli interessi coinvolti.
La difesa evidenzia inoltre che alcuni imputati non hanno mai potuto vedere definita la propria posizione a causa del decesso intervenuto durante il procedimento, mentre altri sono stati assolti perché ritenuti estranei ai fatti.
Tra gli argomenti sollevati figura anche la situazione urbanistica del territorio: per decenni il Comune di Sant’Antonio Abate è stato privo di un piano regolatore generale aggiornato, adottato soltanto nel 2019. Una circostanza che, secondo la tesi difensiva, renderebbe discutibile l’ipotesi di una lesione della pianificazione urbanistica locale.
Il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo
La famiglia Polese ha inoltre confermato che la vicenda è stata portata all’attenzione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che avrebbe già effettuato un primo vaglio di ammissibilità del ricorso.
Si tratta di un passaggio che potrebbe aprire nuovi scenari sul piano giudiziario, anche se al momento non incide sugli effetti immediati delle decisioni adottate in Italia.
La famiglia Polese: «Non ci arrendiamo»
In una nota diffusa durante la mobilitazione, la famiglia Polese ha ribadito il proprio sostegno ai lavoratori.
«Per quasi quarant’anni La Sonrisa ha operato con autorizzazioni, concessioni, sanatorie, licenze commerciali e sanitarie rilasciate dagli enti competenti. Ha pagato regolarmente tasse, tributi e contributi, rappresentando una realtà imprenditoriale solida e un punto di riferimento per il territorio», affermano i proprietari.
La famiglia sottolinea di non voler entrare nel merito delle questioni processuali, che continueranno a essere affrontate nelle sedi competenti, ma richiama l’attenzione sull’emergenza occupazionale che si sta profilando.
«Oggi ci sono centinaia di persone che rischiano di perdere il lavoro. Sono padri, madri e figli. Chiediamo aiuto alle istituzioni e a chiunque possa sostenere concretamente questi lavoratori. Non ci arrendiamo».
Il futuro del “Castello delle Cerimonie”
La vicenda della Sonrisa va ben oltre il destino di una singola struttura ricettiva. Per decenni il complesso è stato uno dei simboli dell’accoglienza e dell’organizzazione di eventi in Campania, diventando noto al grande pubblico grazie alla trasmissione televisiva “Il Castello delle Cerimonie”.
Ora il futuro della struttura appare appeso alle decisioni delle istituzioni e agli eventuali sviluppi giudiziari ancora in corso. Nel frattempo, i lavoratori chiedono almeno una proroga che permetta di completare la stagione e garantire continuità occupazionale fino all’autunno.








