Nel quadro delle indagini che hanno concorso a far luce sull’omicidio di Annunziata D’Amico, detta “Passillona”, donna-boss del Rione Conocal di Ponticelli, assume un ruolo centrale la deposizione del figlio della donna-boss. Il giovane, testimone oculare dell’agguato, ha ricostruito davanti agli inquirenti gli ultimi istanti di vita della madre e una serie di episodi precedenti che, letti a posteriori, vengono interpretati come possibili segnali intimidatori.
Nel verbale agli atti dell’inchiesta, il figlio della vittima descrive con precisione la scena dell’omicidio avvenuto nel 2015.
«Mentre mi trovavo a casa di mia zia, ho sentito dei colpi d’arma da fuoco, sono uscito e ho visto mia madre a terra. Ho visto l’uomo che aveva sparato mentre fuggiva: era alto un metro e 90, con le gambe grosse e un passamontagna che lasciava scoperti solo gli occhi e la bocca. Non l’ho riconosciuto».
Una testimonianza diretta, raccolta nei minuti successivi alla tragedia, che ha contribuito a delineare la dinamica dell’agguato e a fornire agli investigatori una prima descrizione dell’esecutore materiale.
Oltre alla ricostruzione del delitto, il giovane ha riferito anche una serie di episodi avvenuti nei giorni precedenti, che risuonano come possibili avvertimenti legati al clima di tensione che si registrava nell’ambito della faida tra i D’Amico e i De Micco.
In particolare, il figlio della “Passillona” ha raccontato di essere stato avvicinato da un soggetto identificato come Antonio Autore, ritenuto vicino al clan De Micco, in compagnia di un altro giovane soprannominato “o’ piccione”.
L’episodio sarebbe avvenuto all’interno di un circolo del quartiere.
«Io ero all’interno di un circoletto nel Conocal, gestito da un amico di mia madre. Autore mi si è avvicinato mentre giocavo a carte e mi ha detto di salutare qualcuno della mia famiglia. Poi mi ha preso in giro dicendomi che ero diventato bianco per la paura, salutandomi così: ‘fai il bravo’».
Un atteggiamento che il giovane ha interpretato come una chiara forma di intimidazione indiretta nei confronti della madre.
Secondo quanto riportato nella deposizione, il ragazzo avrebbe immediatamente informato la madre dell’accaduto, ricevendo in risposta l’invito a non esporsi e a restare in casa.
«Ne ho parlato con lei e lei mi ha detto che non dovevo uscire più di casa».
Il clima di paura, secondo il racconto, sarebbe stato ulteriormente alimentato da un altro episodio avvenuto circa tre giorni prima dell’omicidio, quando il giovane sostiene di essere stato inseguito in auto mentre si trovava da solo per strada, senza però subire aggressioni dirette.
La testimonianza, oltre a fornire dettagli sull’esecutore materiale, restituisce anche la dimensione quotidiana di una tensione crescente che, nei mesi precedenti all’omicidio, aveva già profondamente condizionato la vita della famiglia D’Amico.










