Un sistema parallelo, radicato negli uffici pubblici, dove i documenti diventavano merce e dove, secondo gli inquirenti, non bastava il denaro: in alcuni casi venivano richieste anche prestazioni sessuali. È lo scenario emerso dall’inchiesta della Procura di Napoli che coinvolge circa 120 persone tra cittadini stranieri, intermediari e dipendenti pubblici, raccontata sulle pagine di “Repubblica” e “Il Mattino”.
Al centro delle indagini c’è un presunto meccanismo illecito per ottenere carte d’identità e certificati di residenza senza averne diritto. Un sistema che avrebbe permesso a numerosi immigrati di regolarizzare la propria posizione aggirando le procedure ufficiali.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, esisteva una vera e propria rete organizzata. Gli stranieri, provenienti in particolare da Bangladesh, Cina, Pakistan e Romania, si rivolgevano a intermediari per velocizzare le pratiche.
Un cittadino bengalese avrebbe avuto un ruolo chiave: quello di collegamento tra i richiedenti e i funzionari pubblici. Per ogni pratica, avrebbe incassato somme tra i 100 e i 500 euro, ma il denaro, in alcuni casi, non sarebbe stato l’unico “pagamento”.
Uno dei filoni più gravi dell’inchiesta riguarda infatti presunti favori sessuali richiesti in cambio del rilascio dei documenti. Episodi che, secondo gli atti, si sarebbero verificati tra il 2021 e il 2021 inoltrato, coinvolgendo almeno un ex dipendente comunale.
Il cuore del sistema sarebbe stato negli uffici anagrafici della seconda e terza municipalità. Qui, secondo l’accusa, alcuni dipendenti avrebbero gestito pratiche senza effettuare i controlli necessari, certificando residenze inesistenti.
Le indagini hanno fatto emergere situazioni paradossali: in piccoli appartamenti risultavano registrate anche decine di persone. Veri e propri “residenti fantasma”, utili per ottenere documenti e accedere a servizi sanitari e amministrativi.
Nel registro degli indagati figurano: numerosi cittadini stranieri beneficiari dei documenti, almeno sei dipendenti pubblici, alcuni dei quali oggi in pensione, un ex consigliere municipale, intermediari e procacciatori.
Tra questi, due ex impiegati comunali sono considerati figure centrali del sistema.
Le accuse, a vario titolo, spaziano dall’associazione per delinquere alla corruzione, fino al favoreggiamento dell’immigrazione irregolare.
Gli investigatori hanno utilizzato intercettazioni e microspie per ricostruire il funzionamento della rete. Dalle registrazioni emergerebbero passaggi di denaro, accordi e modalità operative consolidate.
Un quadro che descrive, secondo la Procura, una gestione distorta della funzione pubblica, piegata a interessi privati.
L’aspetto più inquietante riguarda il contesto umano in cui si inserisce la vicenda. Molti dei beneficiari erano persone in condizioni di fragilità, spesso prive di alternative.
In questo scenario, il documento d’identità diventava una necessità vitale. E proprio su questa necessità si sarebbe costruito un sistema capace di trasformare diritti in merce di scambio.
L’inchiesta è arrivata a una fase avanzata e ora si attendono gli sviluppi giudiziari. I 120 indagati dovranno chiarire la propria posizione davanti all’autorità giudiziaria, mentre non si escludono ulteriori approfondimenti su altri uffici o soggetti coinvolti.
Nel frattempo, resta l’immagine di un sistema che – se confermato – va oltre la semplice corruzione.
Un sistema che mette in discussione la credibilità delle istituzioni e mostra come, anche nei luoghi deputati a garantire diritti, possano annidarsi meccanismi di sfruttamento.











