Doveva essere una serata di festa, il lunedì di Pasquetta. Si è trasformata in tragedia lungo via Cristoforo Colombo, nella zona del porto, dove ha perso la vita Giovanni Tagliaferri, appena 21 anni.
Erano circa le 22:30 quando tutto è iniziato. Giovanni era in auto con alcuni amici. Un complimento rivolto a una ragazza che passeggiava sul marciapiede, in compagnia del fidanzato e di altri giovani, è bastato a far scattare la scintilla. Prima le parole, poi gli insulti. Infine la violenza.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il gruppo si è affrontato in strada. Una rissa improvvisa, nata per futili motivi, degenerata in pochi istanti. Giovanni, alla guida della vettura, sarebbe sceso per cercare di calmare gli animi, forse per fare da paciere, come hanno raccontato i familiari, ma in quel caos qualcuno ha estratto un coltello.
Un fendente, preciso e devastante, ha colpito il giovane alla radice della coscia sinistra, recidendo l’arteria femorale. Una ferita gravissima. Il sangue perso in pochi minuti si è rivelato fatale. Trasportato d’urgenza all’ospedale Ospedale Loreto Mare, Giovanni è morto poco dopo per shock emorragico.
Una vita spezzata per nulla.
Le indagini della Squadra Mobile hanno portato rapidamente all’individuazione dei responsabili. In manette finiscono Pietro Canestrelli, ritenuto l’autore materiale della coltellata, e Francesco Buccini. Un terzo giovane, minorenne, è stato a lungo ricercato. Canestrelli si costituì pochi giorni dopo, accompagnato dai genitori, raccontando di aver acquistato il coltello durante la gita a Capri “per tagliare i panini”.
Una spiegazione che non ha mai cancellato la gravità di quanto accaduto.
Nel 2010 il tribunale di primo grado ha condannato Canestrelli a 18 anni di reclusione e Buccini a 16 anni. L’anno successivo, in appello, la pena è stata ridotta a 16 anni per entrambi.
Giovanni Tagliaferri era un ragazzo incensurato, diplomato in ragioneria, cresciuto in una famiglia perbene di Scampia. Amava lo sport, lavorava, aveva una vita normale. Non cercava guai. E, secondo chi lo conosceva, quella sera sarebbe sceso dall’auto non per combattere, ma per evitare che la situazione degenerasse.
È morto così. Cercando, forse, di fermare una lite senza senso.
La sua storia si inserisce in una lunga scia di giovani vite spezzate per motivi banali, in cui uno sguardo, una parola o un gesto diventano pretesto per scatenare violenza.
E resta una verità difficile da accettare: a volte, tra la normalità e la tragedia, basta davvero un attimo.











