Marina di Gioiosa Jonica si sveglia nel boato. È la mattina del 13 aprile 2000 quando la quotidianità viene squarciata da un’esplosione violentissima che segna per sempre la storia della Locride. A morire è Domenico Gullaci, 42 anni, imprenditore edile, marito e padre di quattro figli. Un uomo incensurato, un lavoratore, colpito con modalità che non lasciano spazio a dubbi: un’esecuzione mafiosa.
Sono da poco passate le 7 del mattino. Gullaci esce di casa, in via Primo Maggio, attraversa la strada e si avvicina alla sua Mercedes parcheggiata proprio davanti alla caserma dei carabinieri. Un gesto quotidiano, ripetuto centinaia di volte.
Poi l’inferno.
Una carica di tritolo piazzata sotto l’auto esplode, probabilmente azionata a distanza. L’onda d’urto è devastante: il corpo dell’imprenditore viene dilaniato, i resti scaraventati a decine di metri, vetri infranti, muri sventrati. Il boato viene avvertito anche nei centri vicini, a chilometri di distanza.
È una scena di guerra, nel cuore di un paese di poco più di diecimila abitanti.
L’attentato poteva trasformarsi in una tragedia ancora più grande. L’auto era parcheggiata nei pressi di una scuola elementare. Di lì a poco la strada si sarebbe riempita di bambini e genitori.
Solo una coincidenza ha evitato un bilancio ancora più drammatico: quella mattina Gullaci era solo.
Gli investigatori parlano subito chiaro: è un omicidio di ’ndrangheta. Non un agguato qualsiasi, ma un’azione studiata nei dettagli, eseguita da professionisti. L’uso dell’autobomba, raro per le cosche calabresi, rappresenta un salto di qualità: un messaggio di potenza, una sfida aperta allo Stato.
Sul movente, però, restano molti interrogativi.
Gullaci gestiva con il fratello un’azienda di materiali per l’edilizia, la “Intonaci Meridionali”, attiva tra la Calabria e altre regioni. Negli anni aveva subito intimidazioni: un camion incendiato, materiali distrutti, segnali evidenti di pressioni criminali.
Nella sua famiglia, inoltre, si contavano già due omicidi: i cognati Francesco Marzano e Antonio Tarsitani, uccisi in circostanze diverse negli anni precedenti.
Gli inquirenti ipotizzano diversi scenari: racket, interessi negli appalti, equilibri mafiosi, possibili collegamenti con ambienti criminali anche fuori regione. Si parla anche di una possibile saldatura tra ’ndrangheta e Cosa Nostra.
Ma una verità definitiva non emergerà mai con chiarezza.
Ai funerali, celebrati in un clima di silenzio e sgomento, un’intera comunità si stringe attorno alla famiglia. I commercianti abbassano le saracinesche in segno di lutto. Ma accanto al dolore c’è anche un senso diffuso di abbandono.
Il vescovo della diocesi lancia un’accusa durissima: lo Stato è assente.
Parole che fotografano una realtà in cui la presenza delle istituzioni appare fragile, mentre le cosche continuano a dettare legge.
A distanza di anni, l’assassinio di Domenico Gullaci resta uno dei tanti delitti irrisolti della Calabria. Un omicidio eclatante, compiuto con modalità spettacolari, ma senza un colpevole definitivo e senza una verità giudiziaria pienamente condivisa.
Resta l’immagine di quell’esplosione, il simbolo di un territorio ostaggio della criminalità organizzata. E la storia di un imprenditore che, come molti altri, ha pagato con la vita il prezzo di vivere e lavorare in una terra difficile.
Una morte che continua a interrogare. E che ancora oggi chiede giustizia.











