Il 2 aprile 1991 ad Altofonte, piccolo centro alle porte di Palermo, si consumò un omicidio che ancora oggi rappresenta uno dei simboli della violenza mafiosa contro cittadini inermi. A perdere la vita fu Francesco Paolo Pipitone, 62 anni, direttore della Cassa Artigiana, ucciso mentre tentava di opporsi a una rapina.
Era una mattina come tante quando un gruppo di uomini armati fece irruzione nell’istituto di credito con l’obiettivo di portare a termine una rapina. Un’azione rapida e violenta, tipica di quegli anni segnati da una forte presenza della criminalità organizzata sul territorio.
Di fronte ai malviventi, Pipitone non rimase immobile. Cercò di reagire, opponendosi al colpo e tentando di difendere la banca e le persone presenti.
La sua reazione costò la vita. I rapinatori, legati agli ambienti mafiosi, aprirono il fuoco, colpendolo mortalmente. Un gesto brutale che trasformò una rapina in tragedia.
L’uccisione del direttore suscitò immediata indignazione e sgomento, colpendo profondamente la comunità locale e l’intera Sicilia.
L’omicidio di Pipitone avvenne in un periodo particolarmente difficile per la Sicilia, segnato dalla presenza pervasiva di Cosa Nostra, che non esitava a usare la violenza anche durante azioni criminali “comuni” come le rapine.
In quegli anni, opporsi ai mafiosi significava spesso esporsi a un rischio estremo, come dimostra tragicamente questa vicenda.
A distanza di anni, Francesco Paolo Pipitone resta una vittima innocente della criminalità mafiosa. Il suo gesto, dettato dal senso del dovere e dal coraggio, è ricordato come esempio di dignità civile in un contesto dominato dalla paura.
Il 2 aprile 1991 non è solo la data di un delitto, ma il ricordo di un uomo che ha scelto di non voltarsi dall’altra parte, pagando con la vita la propria opposizione alla violenza mafiosa.











