Una notte di servizio trasformata in tragedia. Tra il 1° e il 2 aprile 2000, lungo l’Autostrada del Sole, tra Anagni e Frosinone, il vice brigadiere della Guardia di Finanza Domenico Stanisci perse la vita durante un inseguimento contro un’auto di trafficanti.
Aveva 42 anni, una moglie e tre figli. Era un uomo di strada, uno di quei finanzieri che preferiscono l’azione agli uffici. E proprio la strada, che aveva scelto per tutta la carriera, gli fu fatale.
Stanisci era a bordo di un’Alfa 155 insieme al collega Giovanni Grossi, impegnati in un servizio di contrasto ai traffici illeciti sull’asse Napoli-Roma.
Quando i militari intimarono l’alt a un’auto sospetta, i fuggitivi risposero accelerando. Ne nacque un inseguimento ad alta velocità lungo l’Autosole.
All’improvviso, la vettura dei malviventi, risultata poi una Volkswagen Passat rubata, invase la corsia e speronò l’auto di servizio, che finì fuori strada dopo un violento impatto.
Per Stanisci non ci fu nulla da fare: morì sul colpo. Il collega rimase gravemente ferito.
Una seconda pattuglia della Guardia di Finanza, impegnata nello stesso servizio, tentò di fermare l’auto pirata. Anche in questo caso i criminali reagirono con manovre pericolose, cercando più volte di far uscire di strada i finanzieri.
Dopo una fuga disperata, abbandonarono il veicolo e si dileguarono nelle campagne. All’interno dell’auto furono trovate tracce di droga e impronte digitali, elementi decisivi per le indagini.
Le ricerche portarono all’identificazione di due cittadini albanesi, già noti alle forze dell’ordine. Uno di loro venne arrestato pochi giorni dopo ad Aversa, mentre il complice fu successivamente individuato.
La morte del brigadiere suscitò forte emozione in tutto il Paese. Ai funerali di Stato, celebrati a Roma, parteciparono le più alte cariche istituzionali.
Tra i colleghi, oltre al dolore, emerse anche rabbia: molti denunciarono la disparità di mezzi tra forze dell’ordine e criminali, sempre più organizzati e pericolosi.
Domenico Stanisci era considerato un finanziere esperto, stimato da colleghi e superiori. Nonostante gli anni di servizio, aveva scelto di restare operativo.
Amava il suo lavoro, ma ancora di più la sua famiglia. Parlava spesso della moglie e dei tre figli, ai quali era profondamente legato.
Per il suo sacrificio gli è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria, riconoscimento che ne sottolinea il coraggio e l’alto senso del dovere.
Nel 2008, la Guardia di Finanza ha intitolato a suo nome anche un guardacoste, a testimonianza di una memoria che continua a vivere tra i colleghi e nelle istituzioni.
La storia di Domenico Stanisci è quella di un uomo che non si è tirato indietro, nemmeno davanti al pericolo. Un servitore dello Stato che ha pagato con la vita il proprio impegno contro la criminalità.
Una vicenda che, a distanza di anni, resta simbolo del prezzo altissimo che ogni giorno le forze dell’ordine possono essere chiamate a pagare.










