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1 aprile 1977, strage di Razzà: uccisi due carabinieri che interrompono un summit di ’ndrangheta

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
31 Marzo, 2026
in Cronaca
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1 aprile 1977, strage di Razzà: uccisi due carabinieri che interrompono un summit di ’ndrangheta
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Alle 14.30 del 1° aprile 1977, nelle campagne di contrada Razzà, a Taurianova, si consuma una delle pagine più drammatiche della storia della lotta alla ’ndrangheta. Una pattuglia del Nucleo Radiomobile dei Carabinieri, impegnata in un normale servizio di perlustrazione lungo la statale 101 bis, si imbatte in qualcosa che non avrebbe mai dovuto vedere: un summit mafioso in corso all’interno di un casolare rurale.

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A bordo dell’auto ci sono l’appuntato Stefano Condello, 47 anni, e il carabiniere Vincenzo Caruso, 27 anni, insieme al collega Pasquale Giacoppo. Notano troppe auto parcheggiate nei pressi della casa colonica di proprietà del pregiudicato Francesco Petullà: un’anomalia che li spinge ad approfondire.

Condello e Caruso scendono dall’auto e si avvicinano al casolare. Dentro, però, non c’è una semplice riunione: è in corso un vertice della cosca Avignone, con la presenza di affiliati e figure di rilievo della criminalità organizzata, probabilmente intenti a discutere affari legati agli appalti e alla spartizione del potere sul territorio.

Dall’interno partono raffiche di colpi. I due carabinieri rispondono al fuoco, riuscendo anche a colpire a morte due esponenti del clan, Rocco e Vincenzo Avignone. Ma sono in netta inferiorità numerica. Vengono sopraffatti, disarmati e infine uccisi con un colpo di pistola alla nuca.

Quando Giacoppo, rimasto a presidiare l’auto di servizio, sente gli spari e accorre, è troppo tardi. Davanti a lui una scena devastante: quattro corpi sull’erba, due in divisa e due appartenenti al clan. Intorno, il silenzio rotto solo dalla fuga dei killer, riusciti a scappare sfruttando quei pochi minuti di vantaggio.

Le indagini successive confermeranno che quel giorno, nel casolare, erano presenti almeno una decina di persone. Alcuni verranno arrestati, altri riusciranno a sottrarsi alla giustizia. Resterà per sempre un’ombra pesante: la possibile presenza di figure “insospettabili”, forse legate a ambienti istituzionali o politici, mai identificate con certezza.

Il processo porterà a condanne pesanti, per un totale di circa 200 anni di carcere, tra cui quella del boss Giuseppe Avignone. Ma la verità completa su quel summit e sui suoi partecipanti non emergerà mai del tutto.

A distanza di anni, resta anche un dato che fa ancora discutere: lo Stato non si costituì parte civile in quel processo.

A Condello e Caruso verrà conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Un riconoscimento solenne per due uomini che, senza esitazione, scelsero di fare il proprio dovere fino in fondo, entrando in un luogo dove sapevano di poter trovare pericolo.

La strage di Razzà non è solo un agguato finito nel sangue. È il simbolo di uno Stato che, in quegli anni, si trovava spesso a fronteggiare la criminalità organizzata in condizioni di isolamento e inferiorità.

E il ricordo di quei due carabinieri resta lì, in quella campagna, a ricordare che la linea tra legalità e potere criminale, a volte, è sottile quanto il coraggio di chi decide di attraversarla.

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