Nuovo capitolo nella vicenda che coinvolge la famiglia di Domenico Caliendo e l’Azienda Ospedaliera dei Colli – Ospedale Monaldi, dopo la nota stampa diffusa dalla struttura sanitaria oggi, sabato 28 marzo e la successiva dura replica dello studio legale che assiste i genitori del bambino.
Il confronto si sposta ora sul piano giuridico e comunicativo, con accuse reciproche su riservatezza, tempi di risposta e correttezza delle interlocuzioni.
Secondo la difesa della famiglia Caliendo Mercolino, la proposta stragiudiziale inviata all’Azienda era classificata come riservata e non avrebbe contenuto alcun dettaglio tecnico o economico diffuso in pubblico.
Lo studio legale respinge inoltre le accuse di violazione del vincolo di segretezza, sostenendo che la diffusione di informazioni sensibili sarebbe avvenuta proprio nella nota dell’Azienda Ospedaliera.
“In realtà – si legge nella replica – è stata la stessa Azienda a rendere pubblici elementi della proposta, tra cui importi e tempistiche, violando il principio di riservatezza che oggi invoca”.
Al centro della contestazione anche la gestione della trattativa stragiudiziale. La difesa ricostruisce una sequenza di comunicazioni rimaste, a loro dire, senza riscontro.
Secondo lo studio legale, dopo l’invio della proposta con termine di quindici giorni, non sarebbe arrivata alcuna risposta, né formale né interlocutoria. Solo successivamente sarebbe stata inviata una seconda PEC di sollecito, anch’essa rimasta senza seguito.
La difesa contesta quindi la versione dell’Azienda, che aveva parlato di un’immediata presa in carico della richiesta di incontro, definendo tale ricostruzione “inesatta”.
Un altro punto centrale riguarda il rapporto tra il procedimento penale in corso e la responsabilità della struttura sanitaria.
Per lo studio legale, le indagini preliminari non riguardano l’intera vicenda, ma solo eventuali profili di responsabilità penale individuale dei sanitari coinvolti.
Viene inoltre ribadita la distinzione tra responsabilità penale e responsabilità civile della struttura sanitaria, prevista dall’articolo 7 della Legge Gelli-Bianco (L. 24/2017), che non dipende dall’esito del procedimento penale.
Secondo la difesa, dunque, il richiamo alle indagini in corso non sarebbe sufficiente a giustificare il mancato confronto sulla richiesta risarcitoria.
Particolarmente delicato anche il passaggio relativo ai rapporti tra Azienda e genitori del piccolo Domenico.
Lo studio legale sostiene che la direzione sanitaria avrebbe contattato direttamente la madre del bambino, senza informare il difensore, generando un’interlocuzione parallela a quella legale.
Una dinamica che, secondo la difesa, avrebbe contribuito a creare confusione nella gestione del rapporto tra le parti e che viene ora contestata anche sul piano deontologico.
La posizione dei legali della famiglia è netta: la trattativa sarebbe stata cercata più volte, senza esito.
“Abbiamo tentato il dialogo in tre occasioni documentate – dalla proposta iniziale alla seconda PEC fino alla richiesta del 24 marzo – senza ottenere alcun riscontro dall’Azienda”, afferma lo studio.
Una ricostruzione che si contrappone in modo diretto alla versione dell’ospedale, che invece aveva parlato di presa in carico immediata della richiesta di incontro.
La vicenda, nata come confronto stragiudiziale, si sta trasformando in un conflitto sempre più acceso tra interpretazioni opposte dei fatti.
Da un lato l’Azienda Ospedaliera dei Colli rivendica la correttezza delle proprie procedure; dall’altro la difesa della famiglia Caliendo Mercolino denuncia silenzi, ritardi e una gestione ritenuta non conforme del rapporto legale.
Un caso ancora aperto, che ora rischia di spostarsi definitivamente nelle sedi giudiziarie e deontologiche, mentre resta sullo sfondo la richiesta di giustizia della famiglia per la morte del piccolo Domenico.










