Un grido disperato, lucido, che racconta senza filtri cosa significhi vivere sotto il peso della camorra. Arriva da Ponticelli, periferia orientale di Napoli, dove il fenomeno delle estorsioni continua a segnare la vita di imprenditori e commercianti.
Una lettera pervenuta alla giornalista Luciana Esposito, direttrice di “Napolitan.it”, che squarcia il silenzio su una realtà fatta di paura quotidiana, minacce e ricatti continui.
Di seguito il testo integrale della lettera:
Immaginate di convivere con la paura che qualcuno vi segua mentre camminate per strada, mentre andate a prendere i vostri figli a scuola, che qualcuno possa fare del male a loro per colpire voi.
Immaginate di svegliarvi di sussulto nel cuore della notte, solo per aver sentito un cassonetto che si ribalta o la sgommata di un’auto giù per strada.
Immaginate che qualcuno conosca alla perfezione i tuoi spostamenti, le tue abitudini, perfino i tuoi pensieri. E utilizzi continuamente quelle informazioni contro di te per terrorizzarti a morte.
Quel qualcuno si chiama boss, camorrista, come preferite. A prescindere dalla definizione è una persona che va in giro armata e non si fa scrupoli a impugnare quell’arma per dimostrare chi comanda e per costringerti a fare quello che pretende da te.
Se non lo avete ancora capito, sono uno dei tanti imprenditori di Ponticelli che da un anno e mezzo vive prigioniero di un incubo che è iniziato quando i cosiddetti “signori di Ponticelli” hanno preteso una tangente estorsiva. Non era mai successo prima, ma adesso sta accadendo puntualmente, ogni mese. Non si è trattato di un regalo occasionale, ma è diventato un appuntamento fisso, nel giro di pochi mesi mi sono reso conto che sono riusciti ad accumulare una fortuna, facendo leva sulle mie paure di padre pronto a tutto per proteggere i suoi figli.
Da allora, dormo poco e male, e non mi vergogno a confessare di aver pensato anche di togliermi la vita per uscire da questo incubo. Non l’ho fatto solo perché so che non sarebbe la soluzione, libererei da questo incubo solo me stesso, ma non la mia famiglia, perché vorrebbe dire condannarli ad ereditare questo dramma che silenziosamente sta consumando la mia vita e tutta la mia serenità e non farò mai in modo che questo possa accadere, farò di tutto per tenere quella gente lontana dalla mia famiglia.
Ho letto tanti commenti da parte di persone che ci hanno definito vigliacchi e che ci invitano a trovare il coraggio di denunciare. Forse hanno ragione loro o forse non sono davvero consapevoli di quanto siano spietati e feroci questi signori che si sono rivelati capaci di uccidere innocenti per “onore”, per “vendetta”, per dimostrare a tutti chi comanda a Ponticelli e per imporre anche alla brava gente di restare in silenzio davanti ai loro soprusi per evitare gravi conseguenze.
Potrei raccontare di essere stato sequestrato e aver subito torture talmente atroci da avere perfino paura di ricordarle e parlarne a voce alta, potrei raccontare che in tante occasioni ho temuto seriamente per la mai vita e per quella dei miei cari che facendo una proporzione con il valore del denaro, non mi importa di dover cedere ai loro ricatti, se è il prezzo da pagare per continuare a vivere ed evitare che ai miei cari accada qualcosa di brutto.
E forse sì, ha ragione chi dice che siamo vigliacchi, diversamente troverei il coraggio di pronunciare queste parole mettendoci la faccia, ma a cosa servirebbe?
Ho consegnato queste parole all’unica luce in questa lunga notte buia, la persona che custodisce le nostre paure e che non si è mai tirata indietro quando le abbiamo chiesto aiuto, perché so che le utilizzerà nel modo migliore per permettere di capire a TUTTI che non si tratta più del “solito” giro di Pasqua, Natale e Capodanno… tra un mese questi signori torneranno a bussare alla nostra porta, torneranno anche il mese successivo e quello dopo ancora.
Si, siamo troppo vigliacchi per metterci la faccia o forse solo terrorizzati dalle continue minacce che riceviamo, ma vi chiedo di non girare lo sguardo dall’altra parte.
Aiutateci.
Non so neanche io come, ma non lasciateci soli.
Il contesto: estorsioni diventate sistema
Il contenuto della lettera fotografa una trasformazione profonda del fenomeno estorsivo a Ponticelli.
Se in passato il cosiddetto “pizzo” era spesso legato a scadenze simboliche festività come Natale, Pasqua o Ferragosto, oggi, secondo quanto emerge da diverse testimonianze raccolte dalla giornalista Luciana Esposito soprattutto di recente, le richieste sono diventate sistematiche e mensili.
Un salto di qualità che indica un controllo più capillare del territorio, una pressione costante sugli imprenditori, oltre a una vera e propria “tassa” imposta dalla criminalità. Un cambiamento di rotta significativo sottolineato dalle parole dell’imprenditore che parlano chiaro: non più episodi isolati, ma un meccanismo stabile e organizzato, che genera entrate continue per i gruppi criminali.
Uno degli aspetti più drammatici è il tema delle denunce.
La lettera affronta direttamente una delle accuse più frequenti rivolte alle vittime: quella di essere “vigliacchi”. Ma il racconto restituisce una realtà ben diversa, fatta di minacce dirette ai familiari, controllo degli spostamenti, violenze e torture, precedenti omicidi che alimentano il clima di terrore.
In questo contesto, denunciare significa esporsi a un rischio percepito come altissimo. Non solo per sé, ma soprattutto per i propri figli
Il quartiere di Ponticelli, come altre aree della periferia orientale di Napoli, è da anni al centro di dinamiche criminali legate al controllo del territorio, allo spaccio e alle estorsioni. Negli ultimi anni, operazioni delle forze dell’ordine hanno colpito diversi gruppi, ma la capacità di riorganizzazione dei clan ha spesso riportato il fenomeno a livelli preoccupanti. Nella fattispecie, il clan De Micco ha approfittato dal vuoto scaturito dai blitz che hanno concorso ad indebolire principalmente organizzazioni rivali, riuscendo a strutturare un’organizzazione solida, sotto il profilo economico e militare, che gli consente di detenere un controllo capillare del territorio.
La lettera si inserisce proprio in questa fase: una recrudescenza delle pressioni estorsive, più silenziosa ma non meno pericolosa.
Il passaggio finale della lettera è un appello diretto, che va oltre la singola vicenda: “Aiutateci. Non so neanche io come, ma non lasciateci soli.”
Parole che chiamano in causa non solo le istituzioni, ma l’intera società: cittadini, associazioni, imprenditori, mondo dell’informazione. Parole che ricordano e sottolineano che dietro ogni richiesta di pizzo non c’è solo un reato economico, ma una compressione della libertà, della dignità e della sicurezza di intere famiglie.
Una storia che, ancora una volta, ricorda quanto la lotta alla criminalità organizzata passi anche dalla capacità di rompere il silenzio.











