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5 marzo 1991: 18enne sequestrato, torturato e ucciso perché sospettato di essere legato alla cosca rivale

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
4 Marzo, 2026
in Cronaca
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5 marzo 1991: 18enne sequestrato, torturato e ucciso perché sospettato di essere legato alla cosca rivale
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Il 5 marzo 1991 resta una delle date più tragiche nella lunga scia di violenza che ha sconvolto la città di Gela negli anni della faida tra Cosa Nostra e la Stidda, due organizzazioni mafiose rivali nel territorio siciliano. Marco Nicola Crocefisso Lorefice, di soli 18 anni, fu sequestrato, torturato e ucciso da esponenti di Cosa Nostra, sospettato di far parte della Stidda, la mafia “parallela” nata proprio a Gela negli anni Ottanta. 

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Marco nacque a Gela l’11 gennaio 1973. La sua vita, come quella di molti altri ragazzi di quell’epoca, si trovò drammaticamente coinvolta nei rigori di una guerra mafiosa che non risparmiava neppure i più giovani. Il sospetto di appartenere alla Stidda, un’accusa gravissima nell’ambiente criminale siciliano, fu sufficiente per attirare su di lui una violenza inaudita. 

Il giovane fu sequestrato da uomini di Cosa Nostra e portato in un casolare nelle campagne di Comiso, nel cuore della campagna ragusana. Qui, secondo gli esiti processuali, venne torturato nel tentativo di estorcergli informazioni sui gruppi della Stidda. Quando non fu in grado di fornire alcun segreto e soprattutto perché non esistevano prove della sua affiliazione, fu brutalmente ucciso. 

Dopo l’omicidio, il corpo di Marco Nicola Lorefice non venne mai ritrovato. I suoi assassini lo seppellirono in un pozzo e lo ricoprirono con calce viva, una pratica deliberata per cancellare ogni traccia di resti umani: la calce infatti accelera la decomposizione e impedisce così ogni possibile ritrovamento. Per molti anni la sua famiglia rimase senza una sepoltura, senza un luogo dove piangere il figlio scomparso. 

Per decenni il delitto di Marco rimase un «cold case», un caso irrisolto. Fu solo grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, rilasciate oltre 20 anni dopo i fatti, che gli inquirenti riuscirono a ricostruire la dinamica del crimine e a dare un volto ai responsabili. 

Nel 2011 la Corte d’Assise di Caltanissetta emise sentenze pesanti: due boss di Cosa Nostra, Giovanni Passaro, di Gela, e Salvatore Siciliano, di Mazzarino, furono condannati all’ergastolo per concorso nell’omicidio di Marco. Sempre secondo le ricostruzioni processuali, l’esecutore materiale del delitto fu Nunzio Emmanuello, che lo strangolò con le sue mani. 

Altri undici uomini ritenuti coinvolti nell’omicidio subirono pene da 20 a 30 anni di reclusione con rito abbreviato. 

La vicenda di Marco Nicola Lorefice è spesso ricordata come esempio drammatico di lupara bianca: quel tipo di delitto mafioso in cui il corpo della vittima viene fatto sparire deliberatamente per impedire qualsiasi identificazione o processo di commemorazione. In questo caso, oltre alla violenza del crimine, la distruzione fisica del corpo ha rappresentato una tortura ulteriore per i familiari, costretti per decenni a vivere nel dubbio e nel dolore.

Il delitto di Marco si inserisce in un periodo di intensi scontri tra Cosa Nostra e Stidda a Gela e in tutta la Sicilia sudorientale. La Stidda, nata negli anni ’80, era un’organizzazione criminale rivale della mafia tradizionale, e tra le due si scatenò una violenta faida che provocò oltre 100 morti tra il 1987 e il 1991, con episodi clamorosi come la strage della sala giochi del 27 novembre 1990. 

La guerra tra le organizzazioni provocò una lunga scia di sangue, che portò le istituzioni e le forze dell’ordine a intensificare le indagini e le operazioni antimafia, con l’obiettivo di porre fine alla vendita di vite umane nel mercato degli affari criminali. 

La storia di Marco Nicola Lorefice rimane una ferita aperta nella memoria della lotta alla mafia in Sicilia. La sua giovane vita, spezzata senza motivo se non per sospetti infondati, simboleggia la brutalità di un’epoca segnata da violenze e faide interne alla criminalità organizzata. Ricordare episodi come questo è fondamentale non solo per rendere omaggio alle vittime innocenti, ma anche per comprendere fino a che punto la mafia può insinuarsi nelle vite quotidiane, con conseguenze devastanti. 

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