Il 4 marzo 1995 a Palermo venne ritrovato senza vita Antonino Lombardo, maresciallo dei Carabinieri e membro dei Reparti Operativi Speciali (Ros), in quella che all’epoca fu archiviata ufficialmente come un tragico suicidio in caserma. Trent’anni dopo, la vicenda resta uno dei casi più controversi e discussi della lotta alla mafia in Sicilia.
Quel giorno Lombardo, 49 anni, venne trovato privo di vita all’interno della sua auto di servizio, parcheggiata nel cortile della caserma Bonsignore di Palermo, sede della Legione Carabinieri Sicilia, oggi intitolata al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Accanto al suo corpo fu rinvenuta la sua arma d’ordinanza con il dito ancora sul grilletto e una lettera di addio. Ufficialmente si concluse che si fosse tolto la vita sparandosi alla tempia con la pistola di ordinanza.
Nella missiva Lombardo scrisse, tra l’altro, di essersi suicidato per non dare soddisfazione a chi voleva vederlo “ammazzato” o “passare per venduto” e per non mettere in pericolo la sua famiglia. Si riferì anche a “viaggi negli Stati Uniti” come possibile causa della sua delegittimazione, frase che ha alimentato interpretazioni e speculazioni per anni.
Lombardo aveva un lungo curriculum nella lotta all’organizzazione mafiosa: per anni comandante della stazione dei Carabinieri di Terrasini, aveva partecipato in modo determinante alle operazioni che portarono all’arresto di Totò Riina nel gennaio 1993 ed era impegnato in incarichi delicati nel Ros, in particolare nel contesto delle indagini sulla mafia e su vicende giudiziarie di grande rilievo.
Il maresciallo era stato messo sotto pressione mediaticamente e ufficialmente da alcune dichiarazioni critiche emerse pochi giorni prima della sua morte, ad esempio in una trasmissione televisiva, che avevano messo in discussione la sua condotta professionale e la sua integrità.
Nonostante la versione ufficiale, la famiglia di Lombardo non ha mai creduto che si trattasse di un suicidio. Negli anni successivi i figli Fabio, Rossella e Giuseppe hanno presentato più volte esposti alla Procura di Palermo, sostenendo che vi siano elementi incompatibili con l’ipotesi del suicidio. Tra questi la tesi secondo cui il proiettile che lo colpì non provenisse dalla sua arma di ordinanza e la contestazione dell’autenticità della lettera trovata accanto al corpo, con perizie calligrafiche che avrebbero sollevato dubbi sulla sua stesura da parte di Lombardo stesso.
Nel marzo 2023 la richiesta di riaprire il caso è stata formalizzata anche con la proposta di riesumare il cadavere per effettuare un’autopsia completa, accolta da parte dell’autorità giudiziaria allo scopo di accertare scientificamente le cause della morte, l’eventuale presenza di sostanze estranee o altre anomalie e verificare la traiettoria del proiettile.
Esperti e consulenti difensivi hanno inoltre ribadito che alcune circostanze non furono adeguatamente approfondite all’epoca, come la sparizione di documenti ritenuti importanti e alcune incongruenze negli atti ufficiali, alimentando così l’ipotesi, sostenuta dai familiari e dai loro legali che Lombardo possa non essersi suicidato ma essere stato ucciso.
Oggi, a oltre trent’anni dalla sua morte, la figura di Antonino Lombardo continua a suscitare interrogativi. Nonostante la versione ufficiale della morte per suicidio, persistono forti dubbi, tanto che la richiesta di approfondire scientificamente il caso è stata sostenuta anche da specialisti e periti. La famiglia del maresciallo chiede da anni che venga fatta piena luce su ciò che accadde quella sera nel parcheggio della caserma di Palermo.











