Quando si divulgano notizie relative all’omicidio di una donna c’è un confine che non dovrebbe mai essere superato invece, puntualmente accade. Ancora una vota, alcuni rappresentanti della stampa locale lo ha oltrepassato senza esitazione. Dopo l’uccisione dell’ennesima giovane donna, mentre una comunità è sotto shock e una famiglia è distrutta dal dolore, alcuni media hanno scelto di pubblicare fotografie della vittima con abiti succinti o tute attillate, immagini prese dai social e decontestualizzate, usate come esca per attirare clic.
Una scelta grave. E profondamente sbagliata.
Mostrare una donna uccisa scegliendo immagini che nulla hanno a che vedere con la cronaca, puntando sull’aspetto fisico, sulla sensualizzazione del corpo, significa trasformare una vittima in un oggetto.
Non è informazione, ma spettacolarizzazione.
Quelle immagini non aggiungono nulla alla comprensione dei fatti. Non aiutano a ricostruire la dinamica, non spiegano il contesto, non servono alla verità. Servono solo a una cosa: garantire un clic sul link dell’articolo per appagare la morbosa curiosità del lettore, più o meno consapevolmente a caccia di dettagli scabrosi, a discapito della drammaticità dei contenuti.
Questo modo di raccontare la cronaca non è solo irrispettoso. È anche culturalmente dannoso.
Perché sposta l’attenzione dalla violenza subita alla vita privata della vittima.
Perché insinua, anche solo visivamente, un giudizio.
Perché alimenta una narrazione tossica in cui il corpo di una donna diventa parte della notizia, quasi una cornice “accattivante” del delitto.
È una pratica che non verrebbe adottata allo stesso modo se la vittima fosse un uomo. Ed è proprio qui che emerge tutta la sua gravità.
Il diritto di informare è sacrosanto. Ma non è illimitato.
Esiste un dovere etico, prima ancora che professionale: quello del rispetto, della dignità, della misura.
Soprattutto quando si parla di morte violenta. Soprattutto quando si parla di donne. Soprattutto quando il dolore è ancora vivo.
Usare foto “ammiccanti” per raccontare un femminicidio o un omicidio non è libertà di stampa. È mancanza di senso di responsabilità.
Raccontare un fatto di cronaca significa dare voce ai fatti, non svestire una vittima della sua dignità.
Significa ricordare chi era, non come appariva.
Significa scegliere la strada più difficile, quella dell’etica, invece di quella più veloce dell’algoritmo.
In un’epoca in cui il sensazionalismo sembra vincere sul buon senso, questo dovrebbe essere un monito chiaro per chi fa informazione: il rispetto non è un optional. E il dolore non è un contenuto da monetizzare.











