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Funerali pubblici negati alla moglie dell’ex boss: la famiglia annuncia azioni legali

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
2 Febbraio, 2026
in Cronaca
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Onoranze funebri a Milano: i servizi offerti
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Un caso che sta suscitando forti polemiche nell’area dell’Avellinese riguarda la decisione del Questore di Avellino di vietare i funerali pubblici e solenni per Rita De Matteo, moglie del defunto boss Gennaro Pagnozzi, deceduta lo scorso 26 gennaio. La vicenda si è trasformata in una disputa legale e istituzionale tra la famiglia e le autorità competenti, con la famiglia che ha deciso di ricorrere a un legale per tutelare i propri diritti. 

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Secondo il provvedimento del Questore, i funerali pubblici non sono stati autorizzati poiché, a giudizio delle forze dell’ordine, la celebrazione delle esequie potrebbe favorire azioni di rappresaglia, iniziative intimidatorie o manifestazioni di esaltazione del clan durante il percorso verso la chiesa o all’arrivo, con possibile turbativa dell’ordine e della sicurezza pubblica. 

Secondo gli atti, il divieto è stato motivato con la preoccupazione che la funzione funebre potesse trasformarsi in un momento strumentalizzato da persone legate alla criminalità organizzata per lanciare messaggi o gesti provocatori, creando disordini o tensioni sociali. 

La famiglia della donna, rappresentata dall’avvocato Vittorio Fucci, ha reagito con una nota ufficiale definendo il provvedimento ingiusto e illegittimo. I Pagnozzi sostengono che Rita De Matteo abbia vissuto una esistenza ligia al dovere e alla legalità, come attestato dal suo casellario giudiziale, e che quindi non possa essere equiparata a dinamiche criminali legate al marito deceduto o ai figli, entrambi in carcere. 

La famiglia ha inoltre evidenziato che, a differenza di quanto accaduto dieci anni fa per il funerale dell’ex capo-clan Pagnozzi – quando le esequie pubbliche furono consentite pur in presenza di tensioni – per la signora De Matteo non è stata data la stessa opportunità, nonostante gli attuali soggetti citati nel provvedimento siano deceduto o detenuti. 

Nel comunicato diffuso dai familiari si sostiene che il divieto si basa su presupposti errati o generici, poiché la donna non era coinvolta in attività criminali e la sua famiglia è da anni estranea a dinamiche mafiose. La famiglia ricorda che i giovani nipoti della donna vivono vite normali, impegnati nello studio e nel lavoro, e che la comunità locale non ha registrato iniziative eclatanti in occasione delle esequie dell’ex boss che potessero giustificare un provvedimento del genere. 

I Pagnozzi-De Matteo hanno dato mandato all’avvocato Fucci di valutare le azioni legali più opportune, non solo dal punto di vista giudiziario, ma anche per rappresentare la questione alle più alte istituzioni dello Stato, tra cui il Presidente della Repubblica – garante della Costituzione – e la Commissione parlamentare antimafia, con l’obiettivo di ottenere un riesame del provvedimento e tutelare i diritti della famiglia. 

La vicenda ha riacceso il dibattito sul confine tra tutela della sicurezza pubblica e diritti individuali, soprattutto in casi delicati che riguardano famiglie legate da rapporti di sangue a persone coinvolte nella criminalità organizzata. Per la famiglia Pagnozzi, il divieto dei funerali pubblici si traduce in una condanna a vita non solo per chi ha commesso reati, ma anche per chi porta un cognome ritenuto “scomodo”.

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