Il 2 febbraio 2007 resta una data tragicamente scolpita nella memoria collettiva italiana. In quella giornata, l’ispettore capo di polizia Filippo Raciti, 38 anni, morì a Catania nel corso di violenti scontri con gli ultras al termine del derby di calcio tra Catania e Palermo. Raciti era parte del contingente incaricato del mantenimento dell’ordine pubblico fuori dallo stadio quando fu coinvolto negli scontri con gruppi di tifosi, subendo gravi lesioni interne a seguito del lancio di oggetti contundenti durante la guerriglia urbana. Morì poche ore dopo il ricovero ospedaliero, lasciando la moglie e due figli.
Quella morte segnò uno spartiacque nel modo in cui in Italia si guardava alla violenza nelle manifestazioni sportive e nei contesti di ordine pubblico: il campionato di Serie A venne sospeso e si aprì un profondo dibattito su sicurezza, responsabilità e tutela degli operatori delle forze dell’ordine impegnati in servizi pubblici ad alto rischio.
Quasi venti anni dopo, un episodio avvenuto durante un corteo a Torino evidenzia come la questione della sicurezza e della tutela del personale delle forze dell’ordine resti attuale. Appena due giorni fa, sabato 31 gennaio, durante una manifestazione conclusasi in scontri di piazza, un agente, Alessandro Calista, 29 anni, in servizio al Reparto Mobile di Padova, è stato ferito gravemente da un gruppo di aggressori. Isolato e accerchiato, è stato colpito ripetutamente con pugni, calci e perfino un martello, riportando fratture multiple e lesioni gravi.
A differenza di quanto accadde a Raciti, Calista non è in pericolo di vita, ma l’episodio ha scosso l’opinione pubblica e riaperto il dibattito sulla violenza contro chi opera per garantire l’ordine pubblico.
Pur maturando in contesti diversi, una rivolta di tifosi al termine di una partita di calcio nel 2007 e scontri di piazza nel 2026, entrambi gli episodi riflettono un fenomeno persistente: quando una protesta o una manifestazione degenerano in violenza, chi indossa una divisa spesso rischia la propria incolumità per tutelare la sicurezza collettiva.
Nel caso di Raciti, la morte giunse nel contesto di un vasto scontro con ultras nel quale furono usati oggetti contundenti e ordigni, tanto che la partita e l’intero calendario calcistico italiano furono sospesi in segno di lutto e riflessione pubblica.
Nel caso recente, la dinamica è avvenuta nel contesto di una manifestazione politica degenerata in violenze urbane, dove l’agente ferito ha subito gravi aggressioni da parte di un gruppo di manifestanti antagonisti.
Entrambe le vicende sottolineano come la protezione dell’ordine pubblico sia un compito ad alto rischio, e richiamano l’attenzione sulle misure necessarie per prevenire la violenza, tutelare la vita e la dignità di chi serve lo Stato e garantire che il diritto di protesta non si trasformi in pretesto per azioni criminali.
La figura di Filippo Raciti continua a essere ricordata non solo come una vittima del servizio, ma anche come simbolo di un impegno civico che richiede rispetto e tutela. Ogni anno, nel giorno dell’anniversario della sua morte, vengono ricordate le riforme e gli sforzi compiuti per ridurre la violenza negli stadi e nelle piazze, con iniziative che mirano a trasformare il ricordo della tragedia in impegno per la sicurezza collettiva.
La recente aggressione a Calista indica però che gli ostacoli restano, e che la società italiana è chiamata a riflettere sul modo in cui equilibrare il diritto di manifestare, la gestione dell’ordine pubblico e la tutela di chi rischia la propria vita per garantire la sicurezza di tutti.











