È giusto fermarsi a riflettere sulle parole, perché le parole definiscono i fatti e ne orientano la comprensione.
Il termine manifestanti indica persone che esercitano un diritto costituzionale fondamentale: quello di esprimere il proprio dissenso in modo libero, civile e pacifico. Manifestare significa farsi ascoltare, portare avanti idee, chiedere cambiamenti. Non significa colpire, devastare, aggredire.
Quanto accaduto a Torino va chiamato con il suo nome.
Quella che doveva essere una manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna si è rapidamente trasformata in una giornata di guerriglia urbana nel cuore della città. Le strade del centro sono diventate teatro di scontri violenti, lanci di oggetti, danneggiamenti e aggressioni mirate contro le forze dell’ordine impegnate nel servizio di ordine pubblico.
Una deriva che ha messo a rischio non solo gli operatori di polizia, ma anche i cittadini, i residenti e gli stessi partecipanti alla protesta. In quel momento, ogni riferimento al diritto di manifestare è venuto meno, lasciando spazio a una violenza cieca e organizzata.
Nel corso degli scontri, Alessandro Calistro, 29 anni, poliziotto del Reparto Mobile di Padova, marito e padre di un bambino, è stato isolato dal resto del reparto e accerchiato da un gruppo di persone.
Quello che è accaduto dopo ha superato ogni limite.
Calista è stato colpito ripetutamente con pugni e calci e, secondo quanto ricostruito, anche con un martello, in un’aggressione brutale che avrebbe potuto avere conseguenze fatali. Una violenza esercitata contro un uomo in divisa, ma prima ancora contro una persona, lasciata sola in mezzo alla furia.
Trasportato d’urgenza in ospedale, i medici gli hanno diagnosticato fratture alle costole, la rottura del bacino e ferite al polpaccio. Fortunatamente non è in pericolo di vita, ma le sue condizioni restano serie e richiederanno cure e tempi di recupero lunghi.
Chi compie simili atti non sta manifestando. Sta commettendo reati gravi.
Non c’è nulla di politico, nulla di ideale, nell’accerchiare e picchiare un uomo. Non c’è nulla di rivoluzionario nel seminare paura, distruggere vetrine o trasformare le città in campi di battaglia.
La violenza non rafforza le idee, le delegittima. Non costruisce consenso, lo distrugge. E finisce per oscurare anche le ragioni di chi protesta pacificamente, trascinando tutto nello stesso vortice di illegalità.
Difendere il diritto di protesta non vuol dire giustificare tutto ciò che avviene in piazza. Al contrario, significa condannare senza ambiguità chi lo sporca con atti di brutalità e sopraffazione.
Significa tracciare una linea netta tra dissenso e violenza, tra confronto democratico e aggressione.
Le forze dell’ordine non sono un bersaglio politico: sono uomini e donne che garantiscono la sicurezza di tutti, anche di chi manifesta. Colpirli non è una forma di lotta, è un attacco allo Stato di diritto.
La democrazia vive di confronto, pluralismo, parole e partecipazione.
La violenza, invece, cancella tutto questo. Uccide il dialogo, svuota le rivendicazioni e lascia solo macerie, fisiche e morali.
Per questo è necessario chiamare le cose con il loro nome:
non manifestanti, ma aggressori.
Solo così si difende davvero il diritto di protesta e la civiltà democratica.











