Il 30 gennaio 1988 Taranto fu teatro di un tragico e drammatico episodio di violenza mafiosa che costò la vita a un giovane innocente: Giulio Capilli, 28 anni, pubblicitario e procacciatore di pubblicità per un’emittente televisiva locale, fu ucciso da un proiettile vagante durante una sparatoria tra clan, mentre passeggiava con la fidanzata in pieno centro cittadino.
Era una sera d’inverno, una passeggiata qualunque sotto i lampioni di Taranto, quando gli spari di un conflitto tra organizzazioni criminali riempirono l’aria. Il bersaglio dei killer era un prevalentemente pregiudicato tarantino coinvolto in dinamiche malavitose. Quel colpo, però, non centrò la sua preda: un proiettile vagante colpì Capilli al torace, recidendogli un’arteria e stroncando la sua giovane vita.
La scena si consumò davanti alla sua fidanzata, che assistette impotente alla tragedia mentre Giulio cadeva e, secondo le cronache, avrebbe pronunciato un sussurro di rabbia e incredulità: “Maledetti” prima di perdere conoscenza.
Malgrado non fosse coinvolto nella criminalità organizzata, Capilli pagò con la vita l’inarrestabilità della violenza tra clan. Il responsabile Enrico Urgesi fu successivamente condannato a 14 anni di carcere per l’omicidio, un’eccezione in un’epoca in cui molti delitti legati alle faide tra gruppi mafiosi rimasero senza giusta punizione.
La storia di Capilli è ricordata oggi anche in iniziative di memoria e legalità, per mantenere viva la coscienza collettiva e ricordare che ogni proiettile sparato, anche senza un bersaglio preciso, può uccidere un innocente.











