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24 gennaio 2005: ucciso Attilio Romanò, vittima innocente della faida di Scampia

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
23 Gennaio, 2026
in Cronaca
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24 gennaio 2005: ucciso Attilio Romanò, vittima innocente della faida di Scampia
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Il 24 gennaio 2005 a Napoli, nel quartiere di Capodimonte, la camorra ha ucciso Attilio Romanò, un giovane 29enne incensurato, vittima innocente di un’agguato nato nel cuore della sanguinaria faida di Scampia tra il clan Di Lauro e gli scissionisti. 

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Attilio Romanò si trovava all’interno del negozio di telefonia e informatica in via Napoli, dove lavorava come commesso e socio, quando due killer armati fecero irruzione e aprirono il fuoco, colpendolo mortalmente. Romanò non aveva nulla a che vedere con la criminalità: l’intento dei sicari era infatti quello di uccidere Salvatore Luise, il co-gestore dell’esercizio commerciale e nipote del boss degli scissionisti Rosario Pariante, figura emergente negli assetti mafiosi dell’epoca. I sicari, appartenenti alla fazione avversaria dei Di Lauro, non riconobbero il vero bersaglio e spararono contro la prima persona che trovarono dietro il bancone. Romanò fu colpito mortalmente da più colpi: morì praticamente sul colpo, nonostante fosse del tutto estraneo alle dinamiche criminali in corso. 

L’omicidio fu ricondotto dagli investigatori alle “vendette trasversali” della faida tra clan rivali che infuriava tra i quartieri a nord di Napoli. La guerra per il controllo degli affari illeciti aveva già mietuto numerose vittime, tra criminali e innocenti; Romanò divenne uno dei nomi più tragici della lunga lista di persone uccise per errore o per contiguità apparente con obiettivi criminali. Le indagini sull’omicidio furono riaperte nel 2010 grazie alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Nel giugno di quell’anno furono emesse ordinanze di custodia cautelare nei confronti di esecutori e mandanti del delitto: Mario Buono, ritenuto l’esecutore materiale, e i fratelli Cosimo e Marco Di Lauro, indicati come mandanti. 

Successivamente, la Terza Corte d’Assise di Napoli condannò all’ergastolo Mario Buono e Marco Di Lauro, mentre Cosimo Di Lauro fu assolto per insufficienza di prove. La sentenza fu confermata anche in appello nel 2014 e ribadita dalla Corte di Cassazione, benché il percorso processuale abbia visto diverse impugnazioni e nuovi gradi di giudizio nel tempo. 

Attilio Romanò, descritto da chi lo conosceva come un giovane pieno di vita, dedito al lavoro e ambizioso nel realizzare i suoi progetti, fu strappato ai suoi affetti in un momento di grande realizzazione personale, essendo sposato da pochi mesi e impegnato nella gestione dell’attività commerciale. La sua morte è ricordata ancora oggi come esempio di come la violenza mafiosa possa colpire senza distinzione, travolgendo vite innocenti nel corso di conflitti interni alla criminalità organizzata. 

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