La repressione delle proteste in Iran, scoppiate alla fine di dicembre 2025 e proseguite nel nuovo anno, continua a provocare centinaia di vittime tra civili e manifestanti, molti dei quali giovani. Tra i nomi che sono emersi nelle ultime ore come simboli del movimento contro il governo di Teheran ci sono Amir Ali Haydari, 17enne ucciso dalle forze di sicurezza a Kermanshah, e Rubina Aminian, studentessa di 23 anni originaria di Marivan, entrambi vittime della violenza statale durante le manifestazioni popolari per diritti, libertà e giustizia.
Secondo quanto riferito dai familiari e da fonti raccolte da organizzazioni per i diritti umani, Amir partecipava alle proteste insieme ai suoi compagni di classe nella città di Kermanshah, nell’ovest dell’Iran, quando è stato raggiunto dai proiettili delle forze di sicurezza. Il cugino di Amir ha raccontato che molti dei suoi amici sono stati colpiti e deceduti nello stesso contesto, e che, nel luogo in cui i parenti hanno dovuto identificare i corpi, si contavano centinaia di vittime giovanili.
Rubina Aminian, studentessa universitaria di design tessile e moda allo Shariati College di Teheran, è stata uccisa la sera dell’8 gennaio 2026 dopo aver lasciato le lezioni per unirsi alle proteste antigovernative nella capitale. Secondo l’organizzazione Iran Human Rights, la giovane è stata colpita alla testa da un proiettile a distanza ravvicinata, un gesto che la famiglia e i gruppi per i diritti umani definiscono un’esecuzione mirata. La famiglia di Rubina è dovuta recarsi a Teheran da Kermanshah per identificare il suo corpo, ritrovato tra i cadaveri di numerosi altri giovani manifestanti uccisi dalla repressione. In seguito, le autorità hanno ostacolato la sepoltura nella città natale della giovane, costringendo alla sepoltura ai margini di una strada tra Kermanshah e Kamyaran sotto pressioni delle forze di sicurezza. La figura di Rubina, in particolare, è diventata un hashtag e simbolo della protesta, con migliaia di condivisioni sui social media che ne ricordano i sogni, come quello di lavorare nel mondo della moda e la sua lotta per i diritti fondamentali.
Le proteste, inizialmente innescate da motivazioni economiche legate alla deteriorata situazione sociale e a politiche governative percepite come oppressivo, si sono trasformate in un movimento più ampio contro il regime iraniano, con richieste di maggiore libertà e giustizia. Secondo gruppi per i diritti umani, le violenze delle forze di sicurezza includono l’uso di munizioni vere contro i manifestanti, causando centinaia di morti e migliaia di arresti in tutto il paese. La morte di Amir e Rubina sottolinea il prezzo pagato da molti giovani iraniani in questa fase di profonda crisi politica e sociale. La comunità internazionale, le organizzazioni per i diritti umani e numerosi osservatori esterni stanno monitorando con crescente preoccupazione l’evoluzione degli scontri e la risposta delle autorità di Teheran, mentre il movimento di protesta continua nonostante blackout delle comunicazioni e intimidazioni sistematiche.











