L’Iran è nel mezzo di una grave crisi sociale e politica che dura da oltre due settimane, con proteste antigovernative diffuse in tutto il paese e una risposta delle autorità sempre più dura e violenta. La mobilitazione è nata alla fine di dicembre 2025 per ragioni economiche e si è rapidamente trasformata in una contestazione più ampia al regime clericale al potere.
Origine e diffusione delle proteste
Le manifestazioni sono iniziate il 28 dicembre 2025 nei bazar di Teheran, quando commercianti e lavoratori hanno iniziato a protestare contro l’economia in difficoltà, l’inflazione alle stelle e la forte svalutazione della valuta nazionale, lo rial. Da lì le proteste si sono estese rapidamente a Teheran, Isfahan, Mashhad, Tabriz e numerose altre città e province. Queste proteste non si limitano più alle questioni economiche: molti manifestanti chiedono cambiamenti politici profondi, inclusa la fine dell’autorità del Supremo Leader, ayatollah Ali Khamenei, e una riforma dell’intero sistema di governo.
Repressione e bilancio delle vittime
Le forze di sicurezza iraniane hanno adottato una repressione estremamente dura per sedare le proteste. Organismi internazionali e ONG riferiscono di centinaia di morti e migliaia di arresti. Secondo gli ultimi dati, le vittime delle proteste sono in costante aumento, con stime che variano da oltre 600 a migliaia di persone, mentre oltre 10.000 persone sono state arrestate dalle autorità. I manifestanti e osservatori internazionali parlano di uso di proiettili veri, gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e violenza diretta contro le piazze popolari. Alcuni studenti, giovani e passanti sono tra i morti, con testimonianze che raccontano di sparatorie di massa, feriti e grandi numeri di arresti arbitrari.
Blackout dei media e internet
Dal 8 gennaio 2026 le autorità iraniane hanno imposto un blackout quasi totale di internet e comunicazioni mobili per impedire la diffusione delle immagini delle proteste e ostacolare l’organizzazione dei manifestanti. Questa mossa ha reso difficile verificare dati certi dall’interno del paese e ha alimentato la preoccupazione internazionale sulla libertà di informazione. Alcuni iraniani stanno utilizzando tecnologie alternative, come reti satellitari e servizi proxy, che però sono state dichiarate perseguibili come reato di spionaggio dalle autorità.
Risposta del regime e minacce
Il governo ha adottato un tono sempre più duro. La leadership iraniana ha accusato gli oppositori di essere “terroristi” o agenti stranieri e ha ampiamente diffuso retorica nazionalista, compresa la minaccia di pena di morte per i manifestanticonsiderati come “nemici di Dio”. Nel frattempo si sono svolte anche manifestazioni pro‑regime organizzate dal governo, volte a mostrare sostegno ufficiale al governo clericale e a contrastare l’immagine di un paese in rivolta.
Reazioni internazionali
La comunità internazionale ha espresso grave preoccupazione per la violenza e le violazioni dei diritti umani in Iran. L’Unione Europea ha condannato la repressione e chiesto rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini iraniani, mentre gli Stati Uniti hanno minacciato misure diplomatiche e tariffe commerciali in risposta alla repressione delle proteste. Alcuni leader politici internazionali e figure dell’opposizione iraniana all’estero, come Reza Pahlavi, hanno invitato alla continua mobilitazione e alla resistenza pacifica del popolo iraniano.
Questa ondata di proteste è considerata da analisti una delle più ampie e durature sfide al regime iraniano degli ultimi anni, superando in portata quelle del 2022 e attirando una partecipazione diffusa di diverse fasce della popolazione, inclusi giovani, lavoratori dei bazar e cittadini comuni. Per molti osservatori, la combinazione di crisi economica, crollo del rial, costi della vita elevati e repressione violentacostituisce una miscela esplosiva che potrebbe segnare un punto di svolta nelle dinamiche interne dell’Iran nel 2026.











