La mattina del 29 novembre 1996 due giovani, Antonino Moio e Celestino Fava, furono brutalmente assassinati nelle campagne di Palizzi, in provincia di Reggio Calabria, in un agguato che segnò per sempre la comunità locale e che per anni resterà senza giustizia.
Antonino “Nino” Moio, 27 anni, era un contadino impegnato quotidianamente nella cura degli animali.
Celestino Fava, 22 anni, studente universitario, reduce dal servizio militare e attivo nel volontariato, decise di accompagnare l’amico quel giorno — un gesto di generosità che gli costò la vita.
Moio si recò nella contrada Guni per accudire gli animali, chiedendo a Celestino di accompagnarlo. Poco dopo essere arrivati, un commando armato fece fuoco con fucili: Moio fu ucciso per primo, probabilmente bersaglio di una vendetta trasversale. Celestino, testimone oculare, venne freddato poco distante — eliminato come “variabile pericolosa”.
Quell’agguato fu feroce e senza pietà, atto a spedire un messaggio nella zona: la persona sbagliata, al posto sbagliato. Entrambi i giovani morirono sul colpo.
Nei giorni successivi alla strage la comunità reagì: scuole, studenti e cittadini manifestarono indignazione e richiesta di verità. In tanti videro in Moio e Fava due giovani innocenti, vittime di un sistema di violenza che non risparmiava nessuno.
Tuttavia, nonostante l’eco iniziale, le indagini non portarono a una condanna definitiva. Tre persone furono in un primo momento iscritte nel registro degli indagati, ma negli anni seguenti — per “mancanza di elementi sufficienti” — il caso fu archiviato. I familiari continuano da decenni a chiedere verità e giustizia.
Anche se la giustizia non è arrivata, il ricordo di Antonino e Celestino non si è spento. Ogni anno, associazioni, scuole e comunità della Locride e non solo li commemorano come simboli delle “vittime innocenti” della criminalità. A loro nome sono nate iniziative, presidii, eventi di legalità e sensibilizzazione.
I genitori di Celestino, pur nella sofferenza che non si attenua, continuano a chiedere che la verità venga fatta: ogni volta che lasciano un fiore sulla tomba del figlio, lo fanno con la speranza che un giorno la luce possa rischiarare quella tragica mattina del 1996.











