Una giovane maschera del Teatro alla Scala di Milano, con contratto a termine, era stata licenziata dopo aver gridato “Palestina libera” al momento dell’ingresso in sala, per un concerto con ospiti istituzionali. Ora, il Tribunale del Lavoro di Milano ha stabilito che il licenziamento era illegittimo, condannando la Scala a risarcire la lavoratrice per le mensilità che avrebbe percepito fino alla naturale scadenza del contratto, oltre al pagamento delle spese legali.
L’episodio e il licenziamento
L’episodio risale al 4 maggio, nel corso di un evento prestigioso che vedeva la partecipazione di personalità politiche di rilievo. La maschera, una studentessa universitaria assunta temporaneamente, si era alzata dal proprio posto, salendo in prima galleria, e aveva scandito lo slogan “Palestina libera”. Il gesto aveva suscitato immediate contestazioni da parte della direzione, che le aveva contestato la violazione dell’ordine di servizio e la scomposta condotta in un momento istituzionale. Poche ore dopo era stato notificato il licenziamento.
La decisione del tribunale e le conseguenze
Il Tribunale ha valutato il ricorso della lavoratrice e ha riconosciuto che le motivazioni del licenziamento non erano fondate: il gesto, pur plateale e politicamente significativo, non integrava gli estremi di una giusta causa. Di conseguenza, la Scala è stata condannata a corrispondere alla maschera tutte le mensilità maturate dal momento del licenziamento fino alla fine del contratto, nonché a pagare le spese legali sostenute dalla lavoratrice.
Per la giovane, la pronuncia rappresenta non solo un risarcimento economico, ma soprattutto un riconoscimento del diritto di esprimere un’opinione personale, senza subire conseguenze occupazionali. Il tribunale ha implicitamente riaffermato che la libertà di pensiero e di parola è un diritto che non può essere punito con l’allontanamento dal lavoro.
Sindacati e associazioni a tutela dei diritti civili hanno definito la decisione “una vittoria per la libertà di espressione”, e un segnale forte contro ogni forma di censura in ambito lavorativo.
Per molti, la vicenda rappresenta un precedente importante: dimostra che anche in contesti altamente istituzionali come un teatro mitico, il principio secondo cui un lavoratore non può essere licenziato per opinioni personali, anche espresse pubblicamente, può resistere.
Infine, la decisione richiama l’attenzione su un equilibrio delicato: tra la tutela dell’ordine, delle regole aziendali e del decoro, e il rispetto delle libertà individuali fondamentali. Il giudice ha sancito che la Scala aveva oltrepassato i limiti accettabili.











