L’otto ottobre 1998, Domenico “Mico” Geraci, sindacalista della UIL e consigliere comunale di Caccamo (PA), fu assassinato a 44 anni con una raffica di colpi di fucile a pompa davanti alla sua abitazione, sotto gli occhi della moglie e del figlio. Geraci era noto per il suo impegno contro l’infiltrazione mafiosa nella politica e nell’economia locale, in particolare nel settore dell’edilizia. Il suo omicidio rappresentò un chiaro messaggio di Cosa Nostra: chi sfidava l’ordine mafioso sarebbe stato eliminato.
Nel corso degli anni, l’inchiesta sull’omicidio subì diverse archiviazioni e riaperture.
Tuttavia, nel marzo 2024, la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo identificò i mandanti dell’omicidio: i boss di Trabia, Pietro e Salvatore Rinella, già detenuti, che avrebbero agito su incarico di Bernardo Provenzano. Secondo le indagini, Geraci era considerato un ostacolo per le attività illecite della mafia nella zona, in particolare per le sue denunce contro il racket e finanche alle forze dell’ordine.
Gli esecutori materiali dell’omicidio furono individuati in Filippo Lo Coco e Antonino Canu, entrambi uccisi successivamente. La Commissione parlamentare antimafia, nella sua relazione del 2018, sottolineò come l’omicidio di Geraci fosse stato un atto di intimidazione nei confronti di chiunque si opponesse al potere mafioso.
A distanza di anni, il caso di Mico Geraci continua a rappresentare un simbolo della lotta contro la mafia e dell’importanza di non cedere alla paura.











