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Smaltimento illecito di rifiuti tessili a Prato: l’affare illecito dei Sarno sotto protezione

Luciana Esposito di Luciana Esposito
4 Ottobre, 2025
in Cronaca, In evidenza
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Smaltimento illecito di rifiuti tessili a Prato: l’affare illecito dei Sarno sotto protezione
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Dicembre 2022 segna l’inizio di un nuovo affare per i fratelli Sarno e i loro familiari: lo smaltimento illecito dei rifiuti tessili, le cosiddette “pezze”, nella provincia di Prato. Una vicenda che intreccia minacce, estorsioni e conflitti familiari, e che conferma la capacità del clan di adattarsi a nuovi territori e nuovi business, senza perdere la vecchia tempra criminale, le vecchie maniere, il vecchio modo di vivere e di pensare, malgrado i dieci anni vissuti sotto la tutela dello stato, in veste di collaboratori di giustizia.

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Il 5 dicembre 2022, Ciro Sarno, violando l’obbligo di comunicare i suoi spostamenti, si reca a Massa per incontrare i fratelli Pasquale (“Gio Gio”) e Vincenzo (“Cavalluccio”). In quell’occasione viene concordato un progetto redditizio: entrare nel settore del traffico di scarti tessili.
L’accordo prevedeva la cessione di almeno due camion di rifiuti da parte dell’imprenditore Natale Suarino, già noto alle indagini per traffici illeciti, con il coinvolgimento di Pietro Cozzolino detto “Pierino” e del figlio Salvatore, legati al clan Ascione. A mediare, anche Franco Cozzolino, soprannominato “Berlusconi”, incaricato di riscuotere e consegnare il denaro.

I Sarno avrebbero dovuto incassare tra i 1.500 e i 2.500 euro al mese, cifra che oscillava a seconda del numero di camion movimentati, ma che nella pratica si traduceva in un flusso costante di denaro, anche a prescindere dall’effettiva consegna dei carichi.

Dalle intercettazioni emerge come le richieste economiche non fossero accompagnate da normali accordi commerciali, bensì da intimidazioni. Ciro Sarno avrebbe minacciato apertamente gli imprenditori, parlando di “mazzate” e ventilando persino l’ipotesi di far saltare in aria un locale dei Cozzolino a Viareggio se non avessero rispettato l’intesa.
Il tono camorristico era evidente: «Sono tornato a fare il camorrista… lo faccio dove voglio io», avrebbe urlato Ciro Sarno al figlio Antonio durante uno dei tanti litigi familiari.

Se l’affare sembrava solido, a minarlo dall’interno furono le tensioni tra i Sarno stessi. Antonio, figlio di Ciro, non condivideva le modalità violente usate dagli zii e dal padre, temendo che simili atteggiamenti “da mafiosi” potessero attirare l’attenzione delle forze dell’ordine nella realtà toscana.
I rapporti tra Ciro e Antonio degenerarono: dalle discussioni si passò a minacce dirette, con il padre che arrivò a urlargli «la prossima volta ti sparo in testa». Un conflitto che metteva in luce le spaccature di una famiglia divisa tra vecchie logiche camorristiche e nuove cautele necessarie in un territorio diverso da quello d’origine.

Fondamentale fu il ruolo dei Cozzolino, che da imprenditori e mediatori nel settore tessile diventarono anello di congiunzione tra i Sarno e Suarino. Se da un lato mostravano preoccupazione per i rischi e le perdite economiche, dall’altro finirono col garantire ai camorristi una forma di sostegno, accettando il gioco delle estorsioni mascherate da accordi commerciali.

Tra marzo e giugno 2023 i Sarno riuscirono a incassare regolarmente somme che si aggiravano sui 4.000 euro mensili complessivi, divise tra fratelli e cugini. Ma le continue discussioni interne e la crescente insofferenza di Antonio mostrarono quanto fosse instabile l’equilibrio del gruppo. Proprio come accadde negli anni che hanno poi introdotto la dissoluzione del clan, scaturita dai contrasti sempre più insanabili tra i fratelli Sarno, divisi dalla smania di potere e dal desiderio di accumulare quanto più denaro possibile, a discapito degli altri familiari. Un clan che smise di essere un’organizzazione solida e coesa per effetto delle velleità covate dai singoli soggetti, in primis, i fratelli Sarno che, sprezzanti del legame di sangue, iniziarono a farsi la guerra tra loro, solo per interessi economici.

Dal livore criminale che trapela dal modus operandi dei fratelli Sarno, emerge tutta la piena ed immutata padronanza di quelle logiche malavitose che, sulla carta, avevano dichiarato di aver accantonato quando decisero di passare dalla parte dello Stato. Nei discorsi tra i fratelli, nella gestione tattica e pratica delle attività illecite da impostare, invece, traspare tutta l’immutata indole camorristica degli ex boss di Ponticelli, capaci finanche di far leva sul loro passato criminale per intimorire i soggetti taglieggiati e perfettamente coscienti di essere al cospetto di soggetti che avevano tenuto sotto scacco mezza Napoli e provincia per circa un trentennio. Un fatto dal quale trapela soprattutto la fierezza mista a nostalgia covata dai fratelli Sarno, rispetto agli anni vissuti a marcare da leader la scena camorristica napoletana, malgrado la decisione di voltare le spalle a quella vita e a quel mondo, rifugiandosi sotto l’ala protettrice dello Stato.

Il clan Sarno ha inflitto una sonora lezione allo Stato dimostrando come, nonostante la perdita del potere originario a Ponticelli, in vista del termine del programma di protezione, sia riuscito a reinventarsi spostando i propri interessi in Toscana, sfruttando il settore tessile di Prato, cittadina storicamente vulnerabile a infiltrazioni criminali.
La vicenda delle “pezze” non è solo una cronaca di estorsioni e traffici illeciti, ma anche la fotografia di una famiglia criminale divisa, in cui la memoria del prestigio passato viene usata come strumento di intimidazione in nuovi scenari.

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