Oltre 60 donne uccise nei primi nove mesi del 2025. Trentanove sono state ammazzate dal partner o da un ex. È un bilancio agghiacciante, che racconta una strage silenziosa, una violenza strutturale che attraversa l’Italia da nord a sud, coinvolgendo tutte le età, tutte le classi sociali, ogni fascia culturale. Si muore in casa, si muore per strada, si muore per mano di ex mariti o fidanzati. E si continua a morire anche quando si è già chiesto aiuto, anche quando si indossano dispositivi antistalking, anche quando si è denunciato, pianto, lottato per fuggire.
I dati ufficiali parlano di 38 femminicidi per mano di partner o ex tra gennaio e luglio, ma nel frattempo il numero è salito. Le ultime a cadere sono nomi che ormai riempiono le cronache, troppo spesso solo per poche ore, prima che la loro storia venga dimenticata o scavalcata da un altro omicidio. Eliza Stefania Feru, 30 anni, operatrice sanitaria, è stata uccisa a coltellate all’inizio dell’anno dal marito. Cinzia Pinna, 33 anni, è stata trovata morta in Sardegna, a Palau, dopo essere scomparsa per giorni. L’uomo che l’ha uccisa era noto, un imprenditore rispettabile, e ha confessato. Aveva un’arma. Aveva accesso. Aveva libertà di agire. E poi Simona Bortoletto, 34enne di Fiumicino, morta sul colpo dopo essere stata travolta da una Smart mentre passeggiava con il figlio di 8 anni, miracolosamente rimasto illeso.
In quasi tutti i casi, gli uomini che uccidono le loro compagne non sono dei “mostri improvvisi”. Sono persone spesso conosciute, spesso già segnalate. Alcuni avevano ricevuto ammonimenti, altri avevano un braccialetto elettronico, molti erano già stati denunciati per minacce, maltrattamenti, stalking. Ma il sistema non regge, o arriva troppo tardi. L’ammonimento non protegge, il dispositivo elettronico non salva, la denuncia da sola non basta. Le misure previste sono troppo deboli, i tempi troppo lenti, il coordinamento tra procure, servizi sociali e forze dell’ordine troppo frammentato.
Nel frattempo, aumentano le richieste di aiuto. Gli ammonimenti emessi dai questori sono cresciuti di oltre il 70% rispetto all’anno scorso. I braccialetti elettronici attivi sono quasi 6.000, ma servono a poco se mancano il monitoraggio continuo, l’ascolto psicologico, l’intervento sociale. Per molte donne, denunciare resta un atto rischioso. E anche quando lo fanno, il percorso per uscire dalla violenza è lungo, solitario, ostacolato da dipendenze economiche, figli, paura, vergogna.
Non c’è un solo profilo di vittima. C’è la ragazza giovanissima che voleva interrompere una relazione, la madre che aveva deciso di separarsi, la donna matura che conviveva con anni di soprusi, la straniera che non aveva accesso alle strutture di protezione. Tutte, però, sono accomunate da un fattore: sono state lasciate sole nel momento decisivo.
Il femminicidio non è mai un gesto d’impeto. È quasi sempre l’ultimo atto di una lunga storia di controllo, manipolazione, violenza psicologica e fisica. È un crimine annunciato, che molto spesso poteva essere evitato.











