Il conflitto continua a causare una drammatica crisi umanitaria nella Striscia di Gaza.
Le condizioni sono state definite da diverse fonti internazionali come sempre più vicine alla carestia (famine), specialmente nel governatorato di Gaza City, ma con proiezioni che coinvolgono anche Deir al-Balah e Khan Yunis.
Il numero dei morti dall’inizio del conflitto è molto alto: le autorità sanitarie palestinesi stimano oltre 65.000 vittime.
Negli ultimi giorni, due ospedali a Gaza City hanno interrotto le operazioni per i danni dovuti ai bombardamenti israeliani.
Un centro sanitario di sei piani nel quartiere di Samer (Gaza City), precedentemente evacuato su ordine israeliano, è stato distrutto da un raid: il centro svolgeva funzioni come la donazione di sangue, cure oncologiche, traumi e malattie croniche.
Gaza City è sotto forte pressione: massicce distruzioni di edifici residenziali, scuole, moschee, strutture civili, con notevoli spostamenti interni della popolazione.
Più di due milioni di persone nella Striscia vivono condizioni estreme, con insicurezza alimentare acuta, scarsità di acqua pulita, energia precaria, infrastrutture sanitarie al collasso.
Famine confermata nel governatorato di Gaza City; si stima che presto anche altri governatorati (Deir al-Balah, Khan Yunis) saranno coinvolti in quella che è già definita una crisi alimentare “catastrofica”.
I bambini sono tra i più colpiti: è stato segnalato che quasi uno su tre bambini in Gaza City è malnutrito (forme acute) e la varietà della dieta è quasi nulla, con quasi assenza di prodotti freschi o nutrizionalmente validi.
Un rapporto delle Nazioni Unite della Commissione d’inchiesta (UN) afferma che il governo israeliano sta perseguendo un controllo permanente su Gaza, oltre a politiche che favorirebbero il mantenimento della maggioranza ebraica in Cisgiordania. L’occupazione effettiva del territorio, con buffer zone, corridoi militari, demolizioni estese, è vista come parte della strategia.
Vi sono accuse, da parte degli osservatori internazionali, che alcune operazioni e politiche possano costituire spostamenti forzati, alterazione demografica, e che la distruzione intenzionale dell’infrastruttura civile sia sistematica.
Riconoscimenti dello Stato di Palestina: Francia, Canada, Regno Unito, Australia e alcuni altri Paesi hanno formalizzato il riconoscimento, sostenendo anche la richiesta di una forza internazionale per stabilizzare Gaza dopo il conflitto.
Pressioni diplomatiche e richieste da vari governi e organismi internazionali affinché vengano ripristinate “corridoi umanitari”, aperture più sicure per il transito degli aiuti, protezione delle strutture sanitarie e evacuazioni (se necessarie) in condizioni dignitose.
Condanne e richieste di cessate il fuoco sempre più frequenti da parte di ONG, autorità sanitarie internazionali (WHO, UNICEF), istituzioni come le Nazioni Unite.
Il flusso di aiuti è largamente insufficiente, specialmente nel nord della Striscia, dove la chiusura di valichi e ostacoli logistici rendono quasi impossibile giornalmente portare cibo, medicine, carburante.
Centinaia di migliaia di persone si spostano dal nord verso sud di Gaza, spesso in condizioni precarie, con poco supporto strutturale.
La distruzione di case, ospedali, scuole e infrastrutture è massiccia; qualsiasi piano di ricostruzione richiederà risorse enormi, garanzie di sicurezza e condizioni politiche stabili che non sono ancora all’orizzonte.
Le accuse di uso deliberato della fame come arma di guerra, distruzione intenzionale di infrastrutture civili, spostamenti forzati, ecc., pongono domande su violazioni del diritto internazionale umanitario, che potrebbero essere oggetto di inchieste, processi o condanne internazionali.
La situazione a Gaza si trova in una fase tanto critica quanto complessa: non è solo un conflitto armato, ma una crisi umanitaria che coinvolge decine di migliaia di vittime, un collasso delle condizioni di vita, un degrado delle infrastrutture civili e la perdita quasi totale di sicurezza per milioni di persone.
Mentre le reazioni globali si moltiplicano, crescere le richieste di riconoscimento politico, cessate il fuoco e assistenza, la paura è che la sofferenza diventi irreversibile per intere generazioni. La posta in gioco non è solo il presente, ma la dignità, la vita quotidiana e il futuro di tutta la popolazione di Gaza.











