Tra le tante richieste di parti civili avanzate nel corso dell’udienza preliminare che oggi, martedì 16 settembre, ha dato il via al processo volto a far luce sull’omicidio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo, spicca quella di Bruno Humberto Damiani in riferimento al filone giudiziario che riguarda l’accusa di depistaggio, contestata alla Procura al colonnello Fabio Cagnazzo e ad altri indagati.
Damiani, cittadino italo‑brasiliano, è stato a lungo indicato come sospetto nei primi anni di indagine sull’omicidio del sindaco di Pollica, avvenuto il 5 settembre 2010. Fu arrestato ed è stato detenuto per quelle accuse. Tuttavia, in seguito la sua posizione è stata archiviata e Damiani è stato scagionato. A scagionare Damiani dalle accuse, non solo l’esame del DNA che non ha trovato riscontri e lo stube negativo, ma anche altre evidenze che non confermavano il suo coinvolgimento.
Secondo l’impianto accusatorio della Procura di Salerno, il colonnello Fabio Cagnazzo è tra gli indagati per aver orchestrato o favorito vari depistaggi nelle indagini sull’omicidio Vassallo. Uno dei depistaggi più gravi è indicato come la falsa pista che puntava su Damiani come “il brasiliano”, ovvero come responsabile dell’omicidio. Cagnazzo avrebbe manipolato alcune prove, indirizzato l’attenzione investigativa su Damiani, coinvolgendo anche dichiarazioni false, omissioni, uso illecito di immagini video e rapporti alterati nei verbali.
Damiani, difeso dall’avvocato Michele Sarno, chiede di essere riconosciuto come parte civile nel procedimento per depistaggio. “Il brasiliano” punta a dimostrare di essere stato danneggiato dal depistaggio che, secondo l’accusa, ha orientato le indagini verso di lui, procurando detenzione, danni alla reputazione e conseguenze personali rilevanti.
Seppure Damiani sia stato già scagionato per l’omicidio perché non emerse alcuna prova che lo collegasse in modo credibile al delitto, resta da accertare la responsabilità del depistaggio: cioè chi ha orchestrato le false piste, con quali intenti e con quale influenza sulle indagini.
Le motivazioni della Cassazione evidenziano che alcune testimonianze finora utilizzate possono essere contestate, non solo per contenuto, ma anche per modalità di acquisizione.
L’ammissibilità di Damiani come parte civile dipenderà dai giudici: bisognerà dimostrare che ha subito un danno diretto e concreto derivante dalle condotte imputate a Cagnazzo e altri.
Per Damiani si configura quindi un’opportunità di ottenere riconoscimento ufficiale del danno subito — psicologico, reputazionale, forse anche materiale — a causa del depistaggio.
Dal punto di vista giudiziario, la costituzione di parte civile può portare alla produzione di prove che magari non erano state depositate dagli altri soggetti processuali, contribuendo al quadro probatorio generale.
Socialmente e mediaticamente, questo sviluppo richiama l’attenzione su come errori o forzature investigative — vere o presunte — possono travolgere vite innocenti, anche decenni dopo.











