Il 4 settembre 2006, Salvatore Buglione, 51 anni, edicolante del quartiere Arenella, veniva ucciso mentre tentava di difendere il suo lavoro. L’uomo stava chiudendo l’edicola insieme alla moglie, prelevando l’incasso finale del turno, quando fu aggredito da quattro rapinatori. La colluttazione si concluse tragicamente con un colpo mortale all’addome.
Le indagini furono rapide e precise. A processo furono chiamati tre uomini: Domenico D’Andrea, soprannominato “Pippotto”, ritenuto ideatore della rapina, e i fratelli Antonio e Diego Palma. D’Andrea fu condannato all’ergastolo, mentre Antonio e Diego Palma ricevettero pene di 18 e 10 anni rispettivamente. La famiglia Buglione scelse di non costituirsi parte civile, decisione che contribuì a complicare alcune fasi del procedimento legale.
Nel maggio 2021, il caso tornò sotto i riflettori quando Domenico D’Andrea evase dal carcere di Perugia durante un’uscita per lavoro esterno, suscitando forte allarme in città. La vicenda dell’evasione riportò alla memoria pubblica l’omicidio e le ferite ancora aperte nel quartiere.
A distanza di quasi vent’anni dal delitto, lo scorso maggio, l’edicola teatro della tragedia è stata smantellata dal Comune di Napoli.
La memoria di Salvatore Buglione è comunque preservata: nel 2010 un parco pubblico di via Domenico Fontana fu intitolato alla sua figura, e fu istituito un coordinamento per l’inclusione sociale in suo nome, a testimonianza dell’impegno civico che può nascere anche dal dolore.
La vicenda di Salvatore Buglione rappresenta una delle pagine più drammatiche della cronaca napoletana recente. Mostra quanto la criminalità possa colpire chi lavora onestamente e quanto sia importante trasformare il ricordo di tragedie simili in iniziative civiche e sociali.











