La scorsa notte, nel Rione De Gasperi di Ponticelli è andato in scena l’ennesimo atto di violenza: spari dai balconi e un’auto incendiata. Una scena ormai tristemente abituale, ma accompagnata da un silenzio che pesa più dei colpi di pistola. Nessuno ha chiamato i vigili del fuoco, nessuno ha avvertito le forze dell’ordine. Perché? Perché nel rione De Gasperi non si denuncia più.
Gli abitanti non tacciono per omertà, ma per sfiducia. Troppe volte hanno visto blitz e controlli svanire nel nulla. Troppe volte i clan hanno dimostrato di poter tornare a imporre la loro legge poche ore dopo un’operazione di polizia. Oggi chi vive in quelle palazzine sa che una telefonata potrebbe significare ritorsioni e isolamento. Meglio restare zitti, meglio fingere di non aver visto. È la logica del “meglio sopravvivere che rischiare”, unitamente alla consapevolezza che tanto “sono più forti loro” e che all’indomani di episodi analoghi tardano ad arrivare perquisizioni e controlli. Le forze dell’ordine faticano a far sentire il fiato sul collo ai malavitosi e soprattutto ai gestori delle piazze di droga più redditizie dell’intera periferia orientale di Napoli, quelle che da decenni imperversano negli isolati due e tre del rione costruito nel secondo dopoguerra per garantire un alloggio agli sfollati e che invece da oltre mezzo secolo rappresenta l’unica soluzione abitativa per centinaia di famiglie che avrebbero diritto a un’abitazione dignitosa.
Nel rione pullulano degrado, abbandono e criminalità: terreno più che fertile per i signori della droga che presidiano la zona in pianta stabile, macinando guadagni mensili che si aggirano intorno al mezzo milione di euro.
Eppure, poche ore prima che la notte s’illuminasse di fuoco e le raffiche di spari squarciassero il silenzio, sui social compariva un messaggio diverso. Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, celebrava il “grande piano di rigenerazione urbana”, definendolo «un passo decisivo per il riscatto di interi quartieri come Scampia, Secondigliano, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio».
Un annuncio che stride con la realtà del De Gasperi. Perché qui di riscatto non se ne vede nemmeno l’ombra.
Il rione era stato inserito nello stesso percorso di abbattimento e ricostruzione che ha portato alla demolizione delle Vele di Scampia. Sulla carta dovevano sorgere nuovi alloggi, riassegnati con criteri trasparenti, e dare il via a un piano di riqualificazione urbana.
Ma nel rione De Gasperi la storia si è fermata al primo capitolo: dopo la prima fase di assegnazione dei nuovi alloggi, le abitazioni liberate sono state occupate abusivamente, i cantieri non sono mai partiti, e le promesse di rinascita si sono trasformate in un ennesimo spreco di parole. Nessun riscatto, nessuna rigenerazione, solo degrado.
Questo è il vero cuore del problema: le istituzioni parlano di futuro, mentre la gente deve fare i conti con un presente che è un inferno. Le parole del sindaco, lette dagli abitanti del rione all’indomani dell’ennesima “notte di fuoco” inscenata dagli interpreti della malavita locale, suonano come una provocazione: come si può parlare di riscatto quando si vive prigionieri dietro tapparelle abbassate, in un quartiere dove si spara dai balconi e si incendiano auto, senza che nessuno osi chiamare aiuto?
Il Rione De Gasperi non ha bisogno di slogan elettorali, ma di protezione reale. Non servono post celebrativi, servono forze dell’ordine presenti e costanti, case nuove davvero assegnate e un progetto di rinascita che non resti solo su carta. Ma soprattutto di istituzioni attente e presenti.
Nel rione De Gasperi ogni promessa mancata non è solo un fallimento politico: è una condanna inflitta a un’intera comunità che non chiede altro che vivere senza paura.










