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30 luglio 2000: Giulio Giaccio, ucciso per errore e sciolto nell’acido da affiliati del clan Polverino

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
30 Luglio, 2025
in Cronaca
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30 luglio 2000: Giulio Giaccio, ucciso per errore e sciolto nell’acido da affiliati del clan Polverino
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 La drammatica vicenda di Giulio Giaccio, operaio 26enne di Pianura, si conclude dopo oltre vent’anni con lo sviluppo di importanti provvedimenti giudiziari. Giaccio sparì il 30 luglio 2000: due esponenti del clan Polverino lo rapirono, lo uccisero per errore e distrussero il suo corpo con l’acido.

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Giulio era innocente, estraneo a qualsiasi attività criminale. Fu scambiato per un altro uomo chiamato Salvatore, sospettato di avere una relazione con la sorella di Salvatore Cammarota, esponente di spicco del clan Polverino. Giaccio negò più volte di chiamarsi così né di avere legami sentimentali con la donna, senza però convincere i suoi aguzzini.

Vagamente travestiti da agenti di polizia, i due lo prelevarono mentre era con un amico in strada, lo costrinsero a salire su una Fiat Uno bordeaux e lo portarono via. Poco dopo, fu ucciso con un colpo di pistola alla nuca. Il suo corpo fu sciolto nell’acido in una zona vicina ai Camaldoli.

Le indagini, inizialmente archiviate, hanno ripreso slancio grazie alle dichiarazioni dei pentiti del clan Polverino, tra cui Giuseppe Simioli e Roberto Perrone, quest’ultimo ex affiliato e oggi collaboratore di giustizia.

Sono state emesse due ordinanze di arresto dirette a Salvatore Cammarota (55 anni) e Carlo Nappi (64 anni), ritenuti mandanti dell’omicidio. Entrambi erano già detenuti per altri reati.

La Corte di Assise di Appello di Napoli ha escluso l’aggravante mafiosa, sostenendo che modalità e finalità dell’omicidio non rientrano nei profili del delitto di camorra.

Salvatore Cammarota ha visto la pena ridotta da 30 a 16 anni, in ragione dell’attenuante equivalente dovuta a un’offerta risarcitoria di circa 200 mila euro alla famiglia di Giaccio, respinta dalla famiglia stessa.

Carlo Nappi ha mantenuto la condanna a 30 anni.

Roberto Perrone, riconosciuto per concorso anomalo, ha visto la pena ridotta da 14 a 8 anni.

Precedentemente, Raffaele D’Alterio, Luigi De Cristofaro e Salvatore Simioli (alias ‘o Sciacallo) erano già stati condannati a 30 anni di carcere per ruolo esecutivo nel delitto.

La Procura Generale di Napoli ha già annunciato il ricorso in Cassazione, sostenendo che il delitto avesse rilevanti caratteristiche mafiose.

Una vicenda emblematica: rappresenta la morte di una persona completamente estranea alla criminalità, vittima di un errore tragico, e riflette le difficoltà ancora presenti nella definizione degli ambiti applicativi del crimine mafioso. La battaglia legale e morale della famiglia prosegue, alla ricerca di una verità piena e di un riconoscimento ufficiale della matrice criminale.

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