Il 15 luglio del 2020, il corpo senza vita di Mario Paciolla veniva ritrovato nella sua abitazione in Colombia. La versione ufficiale: suicidio. Ma dalle carte, dalle testimonianze e dalle indagini emerge una storia diversa. Una storia fatta di ferite inspiegabili, silenzi istituzionali e domande ancora senza risposta.
Mario era nato a Napoli nel 1987. Laureato in Scienze Politiche all’Orientale, aveva scelto la via della cooperazione internazionale, lavorando prima con Peace Brigades International e poi, dal 2018, con la Missione di Verifica delle Nazioni Unite per il rispetto degli accordi di pace tra il governo colombiano e le FARC. Operava nella regione di San Vicente del Caguán, zona ad alta tensione, teatro di conflitti irrisolti, massacri e abusi.
In quelle terre, Mario si era fatto conoscere come un cooperante rigoroso, appassionato e instancabile. Ma anche inquieto. Nei suoi ultimi mesi in Colombia, aveva espresso disagio e preoccupazione. “Devo tornare”, scriveva alla madre. E lo avrebbe fatto: il 20 luglio 2020 aveva già il biglietto per rientrare a Napoli.
Il 15 luglio 2020, poche ore prima della sua partenza, viene trovato impiccato con un lenzuolo. Le autorità locali parlano subito di suicidio. Ma le anomalie sono troppe.
I polsi sono tagliati, il collo presenta graffi, ferite da difesa.
L’appartamento viene pulito prima dei rilievi ufficiali. Scompaiono oggetti personali, tra cui il diario, il computer e alcuni documenti.
La scena risulta alterata con il consenso di alcuni funzionari della missione ONU. Nessuna autopsia accurata sul posto.
La seconda autopsia, eseguita a Napoli, parla chiaro: le ferite non sono compatibili con un suicidio. Gli esami rivelano segni di colluttazione e ferite sospette. Eppure, l’iter giudiziario fatica ad avanzare.
Le tappe salienti della vicenda:
2016 – Mario arriva in Colombia come volontario.
2018 – Lavora con l’ONU nella Missione di Verifica degli Accordi di Pace.
Maggio–giugno 2020 – Partecipa a missioni delicate; mostra disagio crescente. Acquista un biglietto per rientrare in Italia il 20 luglio.
15 luglio 2020 – Viene trovato morto. La missione ONU vieta ai collaboratori di parlare.
Luglio 2020 – Il corpo rientra in Italia. L’autopsia italiana mostra segni di colluttazione.
2021–2022 – La Procura di Roma apre un fascicolo per omicidio. Indagati quattro poliziotti colombiani per depistaggio.
2023 – Il GIP respinge una prima richiesta di archiviazione e chiede ulteriori accertamenti.
Giugno 2025 – Il caso viene archiviato per “assenza di elementi certi”. La famiglia si oppone.
Gli otto indizi che smentiscono il suicidio
1. Ferite sui polsi e sul collo, incompatibili con l’impiccagione.
2. Diario e PC spariti, insieme a parte dei suoi appunti riservati.
3. Pulizia della scena prima delle indagini ufficiali.
4. Testimoni mai ascoltati, anche tra i colleghi ONU.
5. Mario aveva pianificato il rientro in Italia ed era motivato.
6. Espresse timori concreti per la sua sicurezza.
7. Coinvolto in missioni delicate, tra cui l’analisi di operazioni militari con morti civili.
8. Le dinamiche e i rilievi tecnici non supportano l’ipotesi del suicidio.
La famiglia Paciolla, sostenuta da associazioni e attivisti, ha più volte chiesto la riapertura delle indagini, l’accesso agli archivi interni delle Nazioni Unite, una commissione parlamentare d’inchiesta e che il governo italiano rompa il silenzio diplomatico.
“Mario è stato lasciato solo – ripete la madre, Anna Motta – ma noi non ci fermeremo finché non sapremo la verità. Non lo faremo mai”.











