Nella video-inchiesta presentata lo scorso maggio da Fanpage a Napoli, emergono dettagli inquietanti sul cosiddetto diario di Mario. Si tratta delle sensazioni di agitazione e paura che il cooperante aveva raccolto e confidato nei giorni precedenti al 15 luglio 2020.
10 luglio 2020: Mario partecipa a una riunione interna alla Missione ONU. Dopo quell’incontro, manifesta forti timori e di fatto pianifica il ritorno a Napoli .
Acquista un volo di ritorno previsto per il 20 luglio: un segnale di fuga, non di ritiro né di abbandono del suo impegno.
Attraverso chat e messaggi, Mario descrive ostilità latente all’interno della missione; paura di essere spinto fuori, addirittura di essere considerato una spia o un testimone scomodo; la sensazione che qualcuno stesse manipolando e celando la verità alla base del processo di pace.
Le indagini successive hanno fatto emergere elementi inquietanti: il corpo è stato ritrovato impiccato, ma con ferite da difesa ai polsi e al collo, incompatibili con un suicidio classico.
Alcuni segni suggeriscono lesioni inflitte in stato agonizzante, non autoinflitte.
La scena è stata già modificata quando le autorità sono arrivate: appartamento lavato e oggetti personali manomessi, inclusa la sparizione di effetti personali.
Quattro poliziotti colombiani sono indagati per possibile complicità nel permettere la pulizia della scena.
Lo scorso 30 giugno, il Tribunale di Roma ha deciso di archiviare l’indagine chiusa come suicidio. Una sentenza contestata. La famiglia sostiene che Mario non si è tolto la vita, ma è stato ucciso per mettere a tacere qualcosa di troppo scomodo.
Il “diario” di Mario è probabilmente la chiave di risoluzione del caso.
Definire le sue confidenze un semplicistico “diario” non rende giustizia: si tratta di appunti vitali, comunicazioni che rivelano la consapevolezza di un contesto ostile e pericoloso all’interno della missione ONU, ma anche dubbi crescenti su dinamiche politiche, militari e di pace e una volontà concreta di denunciare qualcosa di scottante — e per questo sentirsi minacciato e solo.
Il “diario” di Mario Paciolla — le sue paure, le segnalazioni, la decisione di lasciare tutto e tornare in Italia — rappresentano la base motivazionale del suo lutto. Non fu un gesto disperato, ma un allarme, un tentativo di mettere al sicuro sé stesso e la sua testimonianza.
Chi lo ha costretto a fermarsi ha cancellato non solo una vita, ma anche una verità: e oggi quella verità è un dovere collettivo da difendere. La famiglia continuerà a lottare, accompagnata da una vasta rete istituzionale e civile, affinché il “diario” non venga mai dimenticato.










