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27 marzo 2004: l’ultimo giorno di Annalisa Durante

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
27 Marzo, 2017
in Da Sud a Sud, In evidenza
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27 marzo 2004: l’ultimo giorno di Annalisa Durante
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annalisa “Vivo e sono contenta di vivere, anche se la mia vita non è quella che avrei desiderato. Ma so che una parte di me sarà immortale”.

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Annalisa sorride dal risvolto di copertina. Bionda, il volto d’angelo, ma lo sguardo di “scugnizza” catturava il presente con parole di mesta e tagliente lucidità, quella che tocca in dono ai bambini. “Cari genitori, quando Pasqua sarà veramente festa di Rinnovamento, papà avrà un lavoro vero e noi andremo via da Forcella”: ecco cosa scriveva, sei mesi prima di esser uccisa, Annalisa Durante, la quattordicenne caduta nei vicoli dell’antica Vicaria, il 27 marzo 2004, in uno scontro a fuoco tra camorristi.

Era un sabato sera, una pallottola vagante la centrò alla testa mentre si tratteneva sotto casa. Scapparono tutti, lei non ci riuscì: la madre si affacciò e vide i capelli color miele della secondogenita impregnati di sangue, gli occhi verdi già spenti. A leggere, oggi, i suoi appunti di fanciulla raccolti in un libro dai passaggi toccanti – “Il diario di Annnalisa”, Tullio Pironti editore, a cura di Matilde Andolfo e Mario Fabbroni – affiora il testamento di un’adolescente che tentò invano di sottrarsi al destino.

E che continua a esser simbolo dell’attesa di riscatto, oltreché immagine inesorabile di dolore e culto popolare. Decine di lettere e telegrammi, sul suo sepolcro peluche o odore di talco. Messaggi da New York a Santiago del Cile, da Barcellona al Texas.
“Un giorno diverrò grande. Eppure non riesco a immaginarmi. Forse me ne andrò, forse no. Mi mancherebbe le gite, la pizza che porta papà dopo il lavoro. Adoro la pizza fritta”, scrive nel diario.

Oltre la solarità trascinante del carattere, dietro l’aspetto di monella che si infliggeva piercing e tatuaggi contro il volere di mamma e già cominciava a guidare le auto dei corteggiatori più grandi, Annalisa coltivava angosce e presagi che affidava solo al suo diario. O al segreto dei temi in classe.

Scrive della criminalità che infesta il rione. Sogna di “fuggire da Napoli, viaggiare”: almeno fino a quando non fa irruzione nella sua vita Francesco, “l’amore” dell’adolescenza. “I grandi mi stanno appresso, ma io li sfotto, poi li lascio andare: mi spaventano. Mentre Francesco ha quasi la mia età, tra noi solo baci, anche se litighiamo sempre”.

È la ragazza che davanti alla tv non sogna solo di entrare nei programmi di Maria De Filippi: “Magari un giorno ballerò insieme a loro”, ma si interroga anche sui drammatici fatti di cronaca che avvengono a pochi metri da lei. “Non è giusto: si può morire così?”, scrive appena qualche mese prima di essere uccisa, ragionando in solitudine sull’omicidio di Claudio Taglialatela, assassinato per la rapina di un telefonino.

Claudio era solo il penultimo della lista. “Oggi abbiamo visto i funerali di Claudio in televisione. Abbiamo pianto tanto. Mia madre è sconvolta, dice che è la cosa più orribile perdere un figlio. A me mi è venuto il freddo addosso. Che tragedia. Perché si deve morire così? Non è giusto”. Era il 10 dicembre 2003. Il 27 marzo altri avrebbero iscritto Annalisa nello stesso elenco. “Il sogno di mio padre è portarci via da Forcella. Ha ragione. Non mi piace vivere qui”, scrive Annalisa nel diario.

Benché annoti, in classe, “nella città dove sono nata la gente sorride sempre”, troppe cose non le piacciono lì intorno. Ottobre 2003. “Le strade mi fanno paura. Sono piene di scippi e rapine. Quartieri come i nostri sono a rischio. Ci sono i ragazzi che si buttano via e si drogano senza motivo. La prof non sa bene i problemi del mio quartiere. La prof non può capire”. Ancora: “Mi fanno pena quei tossicodipendenti che barcollano tutti i giorni sotto le nostre case”.

Non le piace “lo sfruttamento e il lavoro nero. A Forcella ci sono fabbriche di borse, tante ragazze stanno per tutto il giorno chiuse lì. Hanno sempre le mani sporche. C’è mia sorella Manu: ma almeno il datore di lavoro non la costringe a lavorare quando non si sente bene”, aggiunge con candore Annalisa. E poi: non le piace la povertà di “tante amiche che non hanno una casa vera, ma vivono in una sola stanza. Anche io devo fare i compiti sul ballatoio, ma almeno ho una casa vera, sono fortunata”. Le fanno rabbia “i disonesti”. Che poi è il suo modo, di bambina nata a Forcella, di definire camorra i vicini di vicolo.

Tre giorni dopo il suo assassinio, i genitori di Annalisa, assistiti da un coraggioso prete, don Luigi Merola, donano tutti gli organi. “Qualcosa di Annalisa vive in sette persone”. I proventi del libro serviranno a costruire una cappella per Annalisa. È l’unico obiettivo di Carmela, sua madre. “Io e mio marito abbiamo avuto reazioni diverse. Lui va in Tribunale, fa i dibattiti. A me non interessa nulla. Spero solo che il sacrificio di Annalisa non sia stato inutile”.

Tags: Annalisa Duranteforcellanapolivittima innocente della criminalità
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